Usare il proprio cognome? Per una moglie italiana era impossibile fino al 1975. Intraprendere la carriera di magistrato? Niente da fare, per una donna del nostro Paese, fino al 1963. Più facile, invece, essere condannate per tradimento, visto che l’adulterio femminile cessa di reato solo nel 1968.

A ripercorrere le leggi che hanno cambiato la vita delle donne italiane – a partire dal diritto di voto attivo e passivo, riconosciuto solo nel 1945 e nel 1946 – è un libro a cura della fondazione Nilde Iotti (Le leggi delle donne che hanno cambiato l’Italia, Ediesse editore), che verrà presentato oggi pomeriggio in Senato a Roma e al quale interverranno, oltre al ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza, Isabelle Chabot, presidente della Società italiana delle storiche, la mediatrice culturale Anab Farah, la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli, il giurista Stefano Rodotà e Livia Turco, presidente della fondazione Iotti ed ex ministro della Salute nel secondo governo Prodi. Un incontro per ricordare l’iter spesso travagliato di quelle normative, approvate grazie alla determinazione di politiche e legislatrici italiane, a partire dalle 21 donne presenti all’Assemblea costituente e fare il punto anche sulla condizione femminile oggi in Italia.

La copertina del libro edito da Ediesse

Non si parlerà però solo di aborto e divorzio, le due leggi – rispettivamente del 1970 e 1978 – più discusse e controverse, ma anche di normative meno note ma egualmente importanti: come la legge del 1975 che, riformando il diritto di famiglia, stabilisce quella parità tra i coniugi nel diritto di famiglia che la Costituzione aveva già recepito (mentre la piena parità giuridica tra i figli nati dentro e fuori il matrimonio arriverà solo nel 2012). O quella del 1981, grazie alla quale sparisce dal diritto penale il cosiddetto “delitto d’onore”.

Il libro si sofferma anche sulle misure che hanno introdotto forme di tutela specifiche per le donne e le mamme lavoratrici, prive di qualsiasi aiuto fino al 1950: è di quell’anno, infatti, la legge che vieta il licenziamento fino al primo anno del bambino e introduce il trattamento economico dopo il parto. Nel 1956 arriva la legge sulla parità retributiva tra uomo e donna, mentre nel 1963 si dichiarano nulle le cosiddette “clausole di nubilato” nei contratti di lavoro, che molte donne erano costrette a firmare, e si consente alle donne pieno accesso a tutte le professioni e gli impieghi pubblici. Importanti, in questa direzione, anche le leggi che istituiscono la scuola materna e gli asili nido comunali (1971) o la parità tra padri e madri nei congedi parentali (1983), infine l’indennità di maternità per le lavoratrici autonome (1987) e per quelle disoccupate (1998).

E poi ci sono, ovviamente, le leggi per fermare la violenza: quella del 1996, quando finalmente, e tardivamente, la violenza sessuale diventa reato contro la persona e non contro la moralità pubblica e si stabiliscono pene gravi per chi compie violenza; e quella del 2009 che introduce il reato di stalking, per arrivare a quella contro il femminicidio appena approvata in Senato. Infine, nel volume si ripercorrono le norme che introducono un’adeguata rappresentanza femminile, grazie anche a una modifica costituzionale del 2003 che prevede la promozione della parità con appositi provvedimenti, sia nei cda delle società quotate in borsa che nelle liste di candidati per le elezioni locali.

Il bilancio però, a oltre sessant’anni dall’Assemblea costituente, resta ancora amaro. “Da alcuni anni – si legge nel volume – abbiamo vissuto un lento, ma inesorabile arretramento non solo sul rispetto dei diritti acquisiti, ma anche sulla conquista di nuovi”. Basti pensare al numero crescente di obiettori di coscienza che allunga i tempi per l’aborto, agli scarsi o nulli servizi di sostegno alla maternità, a una legge sulla fecondazione svuotata dalle sentenze, ma ancora in vigore (e che il governo Monti ha cercato di proteggere fino alla fine). Basti pensare che non esiste ancora una normativa che impone una quota di genere alle elezioni per il Parlamento.

Ma il problema più drammatico resta il lavoro, dove una precarizzazione crescente ha reso fragili o inutili leggi importanti pensate per un mondo ormai quasi scomparso, mentre persistono pratiche aberranti come le cosiddette “dimissioni in bianco” e la scarsità di fondi pubblici rende servizi come il posto al nido simile alla vittoria a una lotteria. Per questo, concludono le autrici, serve un passaggio epocale che richieda “un ripensamento generale delle nostre società”. E, per l’Italia, “un ulteriore avanzamento del concetto di cittadinanza nazionale, intesa come corpus di tutele e diritti, in direzione di una piena cittadinanza europea”.