Mentre l’Africa comincia a sperare di potersi liberare dal male del latifondismo e dell’accaparramento delle terre, l’Europa e soprattutto l’Italia ci stanno sprofondando con entrambi i piedi. Distratti dalla grande crisi globale, rischiamo di non accorgerci che anche da noi ettari di terreni finiscono nelle mani di pochi. Che privilegiano biomasse o investimenti nelle energie rinnovabili. A pagare la “vecchia” agricoltura e la nostra sostenibilità alimentare.

Basti pensare che pure la Banca Mondiale che per anni ha finanziato i grandi investitori nelle loro attività di accaparramento di terre o land grabbing in Africa (da usare per bio carburanti o colture intensive) sta lentamente e in silenzio facendo marcia indietro. In un report (Securing Africa’s Land for Shared prosperity) ha ammesso che il rilancio dell’Africa passa per tre pilastri: riconoscimento del ruolo della donna, infrastrutture sostenibili e riforma del sistema agricolo. Ovvero, la creazione di un catasto che tenga presente delle necessità delle popolazioni nei prossimi decenni.

Fino a oggi, invece, migliaia di ettari sono stati destinati a jatropha o altre piante che non si possono mangiare. Andranno benissimo per il business del green, ma non producono nulla da mangiare, per chi vive in Benin, Ethiopia, Malawi, Madagascar e Ghana, solo per fare alcuni esempi. Inoltre i posti di lavoro promessi dagli investitori esteri e dai governi che vendono loro le terre sono generalmente ben al di sopra di quelli effettivi, senza contare che l’assenza di catasti spesso lascia tribù intere senza sostentamento.

Anche molte aziende italiane sono finite in mezzo a storie di denuncia delle associazioni no profit che hanno segnalato presunti abusi governativi o delle locali forze dell’ordine. In Madagascar la Tozzi Green filiale dell’italiana Tozzi Renewable ha acquistato 100mila ettari nella zona di Ihorombe nel centro-sud del Paese. La compravendita è regolare, ma gli abitanti dei villaggi sostengono che il governo avrebbe trattato senza avvisarli. Denunce simili arrivano anche dall’Ethiopia. Dalla valle dell’Omo, patrimonio dell’Unesco. A monte è in costruzione, appalto affidato all’italiana Salini, la diga di Gibe III. Numerose associazioni hanno lanciato l’allarme su come cambierà la geografia. Lo storico sistema di inondazioni, alla base dell’agricoltura e della pastorizia locale, sembra destinato a scomparire per far posto a distese intensive in gran parte affidate a capitali esteri. Il governo risponde che si tratta di progresso e che numerosi locali avranno finalmente un lavoro stabile e uno stipendio.

A parte il caso specifico, se la terra non viene usata per sfamare non ci vuole molto per capire verso che cosa si va incontro. Anche senza report come quello della Banca Mondiale, basterebbe la logica per arrivare a una conclusione. Eppure non è così. Soprattutto quando non ci sono i riflettori dell’informazione di massa. Tanto che qualcosa di molto simile sta avvenendo in Europa e in Italia. Ne ha parlato anche Monica Casaletto del M5S in Senato. Mentre il settore primario negli ultimi tre anni è stato l’unico a dare segnali positivi di crescita, “al contrario, il decreto del 24 gennaio 2012, convertito con modificazioni dalla legge 27 del 24 marzo 2012, prevede, di fatto, l’alienazione dei terreni agricoli demaniali che potranno essere venduti al miglior offerente”, si legge in un post, “con tutte le conseguenze che questo potrebbe comportare (vedi il fenomeno, esacerbato dalla crisi energetica e dalla speculazione finanziaria, del land grabbing). È evidente che questo provvedimento contrasta con quella che dovrebbe essere una politica di promozione dell’accesso alla terra per i giovani agricoltori”.

In un recente report pubblicato da Transnational Institute (TNI) for European Coordination Via Campesina and Hands off the Land network si scopre che in Italia oltre 700.000 piccole aziende sono sparite nell’arco di un decennio e il 30% dei terreni fertili è in mano all’1% delle aziende. Nel 2011 lo 0,29% delle aziende agricole ha avuto accesso al 18% dei fondi comunitari Pac, e lo 0,001% di queste (ovvero solo 150 aziende) ha potuto ottenere circa il 6% di tutti i sussidi destinati alla Penisola. Una cosa simile è avvenuta in Spagna. Nel 2009 il 75% degli incentivi a fini al 18% degli aventi diritto.

E’ lo specchio numerico di una trasformazione in atto. E’ come se in Italia (e in altri Paesi d’Europa) stesse tornando il latifondismo. Con un nuovo volto. Terre fertili destinate non al cibo, ma alle biomasse e all’energia rinnovabile. L’intento ecologico di un tale trend (e omettiamo i business che ci stanno dietro) rischia però di far perdere di vista un rischio di fondo: togliere all’agricoltura il grande potere del sostentamento. Nel 1995 le fattorie europee con meno di 5 ettari erano circa 5 milioni, nel 2007 soltanto 3 milioni. Quelle con più di 50 ettari erano 585mila e nel 2010 hanno superato la soglia dei 716mila. In Italia si incentiva la creazione di nuove aziende agricole con la vendita di terreni demaniali e abbandonati.

Così, in questo momento “il panorama agricolo”, si legge nel report, “è caratterizzato da una concentrazione di proprietà. Circa 22mila fattorie da oltre 100 ettari ciascuna possiedono 6,5 milioni di ettari, circa il 29% delle terre totali”. Una crescita del 16% in un solo decennio. Negli anni ’60 le aziende da due ettari erano il 51% del totale e rappresentavano il 7,2% delle terre coltivabili. Nel 2000 le stesse sono salite al 57% del numero complessivo, ma occupano solo il 6% di tutte le terre arabili. La concentrazione di terra nelle mani di pochi ha una serie di effetti collaterali. Solo in Sardegna (dove il fenomeno è tangibile) tra il 1998 e il 2011 la produzione e l’export sono rimasti stabili mentre l’import di prodotti agricoli è cresciuto del 22 per cento.

Con tutto ciò che ne consegue in termini di costi ed emissioni. Inoltre le leggi mirate a incentivare la produzione fotovoltaica o delle altre energie rinnovabili ha dato ulteriore input ai fenomeni di aggregazione terriera. Sottraendo, al tempo stesso,  terra fertileal settore primario. Lungi da noi fare paragoni con l’Africa. Ma un giorno quando gli incentivi verranno meno che succederà a tutti quei terreni? Resteranno incolti? Forse sì, visto che le piccole aziende non avranno la liquidità necessaria per acquistarli o riacquistarli. Insomma, prima di perdere sovranità agricola, varrebbe la pena almeno fare due calcoli.