Internet è lo strumento naturale per promuovere la democrazia. Ma è ancora troppo presto per vedere i risultati, siamo ancora alla fase sperimentale”. Questa in sintesi l’analisi sulle conseguenze della rivoluzione digitale sulla vita politica tracciata con i giornalisti da Zygmunt Bauman, in occasione della sua visita a Milano dove mercoledì sera ha tenuto una lezione al Teatro Dal Verme per il ciclo ‘Meet the media guru’ organizzato dalla Camera di commercio. Le tradizionali forme di governo, secondo il teorico della ‘modernità liquida’, non sono più in grado di risolvere problemi che sono diventati globali e di controllare poteri che ormai hanno natura sovranazionale. Ma, al momento, nessuno ha trovato la soluzione per superare quello che chiama “divorzio tra potere e politica”.

“Ci sono profeti – dice Bauman – convinti che Internet crei la più ampia democrazia possibile”. In effetti, sostiene il sociologo, la rete è “lo strumento naturale per promuovere la democrazia. Un mondo con Internet deve diventare un mondo democratico”. Deve, è proprio questo il problema. Perché finora non ci sono prove che tutto ciò stia accadendo. Secondo Bauman, “siamo di fronte alla crisi delle istituzioni politiche esistenti. La gente crede sempre meno che le istituzioni politiche inventate dai nostri antenati, come partiti e parlamenti, possano mantenere le promesse”. Non è solo una questione di corruzione, oppure di fallimento di un partito o di un ministro.

“Le istituzioni politiche – ragiona – ormai sono organicamente incapaci di mantenere le promesse. E molti di noi pensano di sostituirle”. Nessuno, però, è stato sinora in grado di trovare la soluzione. Per Bauman, siamo in una situazione analoga a quella che Antonio Gramsci definiva ‘interregno’: “Le regole vecchie non portano più a risultati, ma quelle nuove non sono ancora state inventate”. Non hanno infatti portato agli obiettivi sperati le manifestazioni pubbliche in Iran, che Hillary Clinton aveva definito “la prima rivoluzione democratica fondata su Internet”. E nemmeno movimenti come quello degli indignados in Spagna o come la primavera araba: “Tutti attendevano l’estate araba – continua Bauman – ma quello che è arrivato è stato l’inverno arabo, direttamente dopo la primavera”.

Un altro esempio? “Occupy Wall Street – dice il sociologo -. Tutti si sono accorti che Wall Street era occupata, tranne Wall Street stessa, che non è cambiata per nulla in seguito a quelle azioni”. Il problema, secondo Bauman, è che oggi potere e politica non sono più uniti come un tempo. Fino a mezzo secolo fa il potere (“l’abilità di fare le cose”) e la politica (“l’abilità di decidere che cosa è urgente fare”) erano entrambi nelle mani dei governi democraticamente eletti. “A causa della globalizzazione non è più così – spiega -. Il potere è evaporato dagli stati sovrani verso un’area libera dalla politica, un’area sovranazionale. Da una parte abbiamo un potere libero dal controllo politico. Dall’altra una politica che costantemente e permanentemente soffre di deficit di potere”.

Così i politici inseriscono nelle loro piattaforme elettorali i desideri degli elettori, ma non possono mantenere le promesse. Se le mantenessero – sostiene Bauman – verrebbero punti dai poteri sovranazionali, come le borse e la finanza, che hanno interessi diversi da quelli degli elettori. Per questo la gente cerca nuove soluzioni. Ma i risultati tardano ad arrivare: “Per ora ho visto solo degli esperimenti – assicura il sociologo -. E non ho avuto alcuna prova che questi stiano funzionando”. Le tipologie di democrazia inventate in passato, come la democrazia rappresentativa parlamentare, sono dunque in crisi. Il futuro è in forme di democrazia diretta basate sulla Rete? Lo sostengono per esempio i partiti pirata europei e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Per Bauman siamo all’inizio del processo: “Nessuna soluzione è stata ancora raggiunta – ribadisce -. Il potere ormai è globale, mentre la politica è locale. I problemi creati da un potere globale non possono essere affrontati localmente con efficacia. Abbiamo bisogno di una politica che sia commisurabile con il tenore dei problemi”.

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