Non vogliono “cariche” dentro il Pdl. Non vogliono “azzerare” gli attuali vertici del partito. Non vogliono far fuori “il cerchio magico” che orbita accanto al Cavaliere. E, soprattutto, non vogliono cambiare “la linea politica”. Le colombe artigliate ora vogliono molto, ma molto di più. Vogliono prendersi tutto. Partito e potere. Chi vince, dà le carte. Inutili i tentativi, furbeschi, di alcuni (ormai ex) maggiorenti del partito, come Maurizio Gasparri, che ieri tentavano di spostare i riflettori della polemica interna sull’ “aggressione” subita dal Cavaliere con il voto della Giunta sulla sua decadenza. “Usiamo il cervello più che i muscoli, dobbiamo tenere unito il partito – supplicava – confrontandoci e discutendo, ma non deludendo i nostri elettori a maggior ragione in una fase in cui è sempre più vergognoso l’attacco al nostro leader; rivolgo ancora una volta a tutti l’appello all’unità”.

Macchè. Tra qualche settimana Berlusconi sarà agli arresti domiciliari oppure ai servizi sociali, ineleggibile e incapace di reazione politica. E Angelino Alfano vuole utilizzare proprio queste settimane per compiere una trasformazione interna al partito che gli consenta di chiedere, senza vergogna, l’ingresso nel Ppe, con buone probabilità di riceverne una risposta positiva. Il percorso è ormai segnato. Nessuna mossa azzardata verso il centro – o, almeno non ora – massima condivisione dei problemi di governo con Letta (e non più pungolo per portare avanti solo i progetti elettoralistici di Silvio) e, soprattutto, fuori dai piedi chi, finora, l’ha considerato solo una marionetta nelle mani del leader. Ieri, a palazzo Grazioli dove ormai si reca almeno due volte al giorno, Alfano ha messo sul tavolo la rimozione dei coordinatori, Bondi e Verdini, del capogruppo alla Camera Brunetta, della responsabile organizzativa Santanché, l’avvicendamento alla direzione del “Giornale” (Sallusti). Sentendosi rispondere che su Brunetta se ne poteva parlare e che pure sulla Santanchè non ci sarebbero stati problemi, ma Verdini no, non si tocca.

Anche Bondi, in fondo, potrà essere parcheggiato da qualche parte, in modo da “non fare danni” e su Sallusti si potrà influire perché la linea del Giornale diventi meno aggressiva, ma Verdini no, quello proprio non è ne sarà mai argomento di discussione. In verità, il ras toscano non ha chiesto nessun tipo di viatico a Berlusconi, “se fosse messo alla porta – sostiene un ‘falco’ a lui molto vicino – probabilmente se ne andrebbe senza dire una parola, questione di indole e di dignità”. Però, poi, “dovrebbero fare i conti con la sua vendetta”. Perché Verdini, tra i tanti “difetti” che annovera, ha anche questo, da buon toscano: non lascia mai nulla “a metà”. Certo, i guai giudiziari che lo affliggono non gli lascerebbero una grande possibilità di manovra, ma “vuoi mettere – racconta sempre la stessa fonte – che soddisfazione per i magistrati interrogarlo e trovare davanti uno che racconta, per filo e per segno, come sono state gestite tante questioni delicate di questo ventennio?”. Ovviamente, è a questo che pensa il Cavaliere. Allontanare Verdini significa mettere nelle mani dell’odiata magistratura una delle colonne portanti della sua vita politica, capace di fare impallidire De Gregorio con le sue “rivelazioni”. Carte alla mano. Un rischio da non correre mai.

Ecco perché ieri sembrava disposto a trattare su tutto, ma non sulla ghigliottina per Verdini. Ha persino chiesto che Alfano esaminasse una proposta di direttorio, con il segretario affiancato da Verdini, Bondi, Brunetta e Schifani. Alfano non l’ha fatto nemmeno finire di parlare: “Il segnale di novità deve essere profondo, Presidente…”. In molti hanno fatto capire la stessa cosa. Cicchitto ha parlato di «defalchizzazione», liberazione dai «falchi», gli estremisti: “Il Pdl va defalchizzato e non deberlusconizzato. Bisogna dare ad Alfano la possibilità di costruire un grande partito moderato, riformista e garantista”. La resistenza di Berlusconi, insomma, non potrà durare a lungo. Intanto, si dovrà cominciare a dare un segnale, facendo fuori i capigruppo. Brunetta è già dato con un piede fuori dalla porta, al suo posto Enrico Costa, autore della legge sulle intercettazioni ed ex capogruppo in commissione Giustizia nella passata legislatura. Un nome gradito anche a Berlusconi. Altri spingono per Raffaele Fitto, che però ha troppi guai con la giustizia e un’amicizia che si è spezzata con Alfano; questioni territoriali, soprattutto in Puglia, dove Quagliariello adesso vorrebbe far pulizia.

Al Senato, Renato Schifani potrebbe restare. Perché all’ultimo minuto, il giorno della fiducia, ha detto a Berlusconi che lui non avrebbe mai fatto il discorso dell’ennesima giravolta e questo lo ha messo in una cornice di serietà e di integrità che anche Alfano gli ha riconosciuto. Ma se anche Schifani dovesse essere sacrificato nel “cupio dissolvi” della “defalchizzazione” del partito, allora il suo posto sarà preso da Paolo Romani, l’uomo “del miracolo”, quello che ha convinto Berlusconi a votare la fiducia al governo all’ultimo tufffo e che poi, uscendo dalla stanza nel Transatlantico del Senato, ha salutato Felice Casson con un gesto esplicito, quello dell’ombrello, all’urlo di “Ciao, ragazzo, sarà per un’altra volta…”. Il cambio dei capigruppo, secondo le ‘colombe artigliate’ alfaniane, avverrà subito dopo il voto dell’aula sulla decadenza definitiva di Berlusconi da senatore. Francesco Giro, uno degli uomini macchina del Pdl, ieri minimizzava: “Stiamo per celebrare il ventennale della discesa in campo di Silvio Berlusconi e certamente una riflessione andrà aperta nel Pdl, ma il confronto all’interno dovrà svilupparsi all’insegna dell’unita, del reciproco rispetto e della pari dignità. Se ciò non dovesse avvenire, se dovessero prevalere ambizioni, contese e rivalse personali usciremo tutti sconfitti e i sondaggi starebbero li a dimostracelo già nelle prossime settimane”.

Intanto, proprio per dimostrare che senza Berlusconi “non si va da nessuna parte”, i falchi cominciano a far veicolare proprio sondaggi che dimostrano quanto sia importante conservare la leadership di Silvio Berlusconi. Secondo Alessandra Ghisleri, sondaggista della casa, Berlusconi da solo detiene il 16-18% dei voti. Secondo il sondaggio, il partito Pdl-Forza italia dopo il voto di fiudcia è salito al 25-27% e l`intero centro destra al 33-35%. Al contrario, l’elettorato del Pd ha dimostrato scontento registrando un 24-26% di consensi e la coalizione di centro sinistra il 29-31%. Cifre che, ovviamenete, sono il segno del clima di oggi dentro il partito dove una come Nunzia De Girolamo gioca la carta finale della mozione degli affetti: “Siamo tutti figli di Berlusconi non possiamo dividerci”. Peccato che il tempo delle “grandi famiglie unite” non sia più questo, dei giorni della fine del ventennio a colori.