In un articolo su Rolling Stone diventato ormai un classico del giornalismo, Matt Taibbi ha descritto la banca d’investimento americana Goldman Sachs come un calamaro vampiro avvolto sulla faccia dell’umanità che affonda i suoi tentacoli in tutto quello che odora di soldi. Se Taibbi leggesse The Firm, il nuovo libro del giornalista americano Duff McDonald su McKinsey, la più grande e influente società di consulenza al mondo, forse la descriverebbe allo stesso modo.

Per capire l’influenza del colosso con base a New York, in America come sul resto del mondo, basta guardare ai curriculum di alcuni dei nostri più importanti dirigenti. McKinsey è stata la palestra di Alessandro Profumo, ex amministratore delegato di Unicredit e attuale presidente del Monte dei Paschi di Siena, Corrado Passera, ex amministratore delegato di Banca Intesa ed ex ministro dello Sviluppo Economico del governo Monti, Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni, Roberto Nicastro, attuale direttore generale di Unicredit e Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente dello dell’Istituto per le Opere Religione (Ior).  

“McKinsey e’ stata semplicemente la protagonista più influente delle più importanti trasformazioni del capitalismo degli ultimi cento anni. Qualsiasi problema le società dovessero affrontare McKinsey era pronta con una soluzione”, sintetizza in una conversazione con ilfattoquotidiano.it McDonald. Dal ruolo centrale avuto nel perorare la virtù dell’efficienza all’interno delle aziende negli anni ’20, all’idea del gigantismo aziendale negli anni ’40 (il periodo del passaggio dalle piccole medie imprese ai colossi tramite il diffondersi di operazioni di fusioni e acquisizioni), all’attenzione al marketing negli anni ‘50, alle ristrutturazioni aziendali come strumento per la creazione di valore negli anni ‘70, all’abbraccio dell’Information Technology (IT) negli ‘80, alla spinta globalizzatrice degli anni ‘90, McKinesy e’ sempre stata lì: nel bene e nel male. 

Il libro, ben scritto, informato e che ha fatto molto parlare di sé sui media attenti al mondo dell’economia e della finanza, illustra diversi episodi importanti per capire l’ethos di una delle aziende più rispettate a Wall Street così come nella City londinese. Per esempio, secondo The Firm è stato proprio il piano strategico aziendale proposto dalla società di consulenza di New York a trasformare quella che a inizio anni Ottanta era soltanto un medio istituto di credito come la North Carolina National Bank nel più grosso istituto di credito d’oltre Atlantico grazie all’acquisizione di Bank of America nel 1998. Se non fosse stato per McKinsey, conferma nel libro Hugh McColl, allora Ceo dell’istituto di credito, non saremmo il colosso che siamo oggi.

Ma anche le storie di insuccesso non mancano. Tra le tante spicca quella del gigante energetico americano Enron, prima del crack di Lehman Brothers del 2008, tra i maggiori fallimenti della storia americana. Jeff Skilling, al tempo Ceo dell’azienda, ora in prigione, durante il suo mandato implementa a pieno la filosofia McKinsey: enfatizza l’importanza della visione strategica  sopra la capacità di esecuzione, adotta un sistema di rotazione esasperato del personale per cui i dipendenti vengono cambiati con estrema frequenza, esaspera ancora prima di Wall Street (ma con la sua collaborazione) il concetto di leva finanziaria attraverso la costituzione di una miriade di scatole societarie costituite con il solo obiettivo di finanziarsi senza dover riconoscere il debito sui propri bilanci. La conseguenza? Una storia di potere e avidità finita in bancarotta fraudolenta e diventata addirittura un musical di successo. Ma non è tutto. Senza titubanze McDonald racconta che alla base del crescente e inaccettabile divario tra il salario dei Ceo di oggi e quello dei lavoratori medi (in America questo rapporto è ntorno a 345 a 1) c’è proprio la società di consulenza con base a New York.

Nel 1951 General Motors (GM), colosso automobilistico di Detroit, ingaggiò Arch Patton, tra i più famosi consulenti di McKinsey, per produrre una mappatura del cambiamento salariale avvenuto nel decennio precedete. Patton trovò che dal 1939 al 1950 la retribuzione del lavoratore dipendente medio era quasi raddoppiata mentre quello dei dirigenti era aumentato ‘soltanto’ del 35 per cento. L’Harvard Business Review pubblicò i risultati dell’analisi che in poco tempo arrivarono tra le mani dei dirigenti di tutte le maggiori aziende USA. Si fa spesso il nome di Goldman quando si parla degli “eccessi del capitalismo”, ma chi è critico verso un sistema che privilegia troppo la finanza,  l’efficienza e in ultima analisi l’avidità rispetto a eguaglianza e solidarietà dovrebbe forse leggere The Firm e farsi un’idea di come lavora McKinsey.