Tenetevi forte perché questa è strepitosa: il presidente della Repubblica non solo non è indagabile, intercettabile, ascoltabile, nemmeno se uccide la moglie o parla con uno che ha ucciso la moglie; non solo non può essere nominato in Parlamento, come disposto dagli appositi Boldrini e Grasso; ma non può neppure testimoniare la verità in un processo, nemmeno se conosce elementi utili a far luce su un delitto.

E, già che ci siamo, non può testimoniare nessuno che abbia parlato con Lui anche solo una volta o abbia avuto contatti anche sporadici con Lui, essendo irradiato per contagio dal Suo scudo stellare. A sostenere questa tesi allucinante e allucinogena non è uno squilibrato, un ubriaco o un tossico, ma nientepopodimenoché l’Avvocatura dello Stato: un’istituzione pagata da noi cittadini che rappresenta il governo e la Regione Sicilia come parti civili nel processo dinanzi alla Corte d’Assise di Palermo sulla trattativa Stato-mafia.

L’altro ieri la Procura di Palermo ha ribadito la necessità di sentire come teste Giorgio Napolitano a proposito di quel che gli scrisse il 18 giugno 2012 il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, in una lettera fatta pubblicare dallo stesso capo dello Stato: “Lei sa di ciò che ho scritto anche di recente… episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano e fanno riflettere; che mi hanno portato a enucleare ipotesi – solo ipotesi di cui ho detto anche ad altri – quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi…”.
Siccome D’Ambrosio è morto d’infarto un mese dopo, l’unico depositario vivente (“lei sa”) e sicuro (“ho detto anche ad altri”, ma non si sa chi siano) di quelle terribili confidenze sugli “indicibili accordi” fra Stato e mafia mentre D’Ambrosio nel 1989- ‘93 lavorava all’Alto commissariato Antimafia e poi al ministero della Giustizia, è Napolitano.  Il quale avrebbe dovuto precipitarsi dai pm per dire tutto ciò che sa ancor prima di esserne convocato. Ma, siccome non l’ha fatto, avrebbe dovuto pregare il governo di incaricare l’Avvocatura dello Stato (che rappresenta gli italiani, non lui) di dire subito sì alla sua audizione. Invece il suo vice al Csm, l’ineffabile Vietti, continua a lanciare messaggi obliqui contro chi vuole ascoltarlo.

E l’avvocato dello Stato (cioè nostro) Giuseppe Dell’Aira tenta di sostenere che il capo dello Stato, in virtù dei suoi presunti “compiti di coordinamento politico e operativo” non di sa di cosa (né dove stia scritto in Costituzione), godrebbe di “assoluta riservatezza sia per le attività pubbliche che per quelle informali” (ma la Costituzione lo copre solo nell’esercizio delle sue funzioni). Fin qui l’avvocato pubblico riprende l’incredibile sentenza della Consulta che ordinò la distruzione delle telefonate Napolitano-Mancino. Poi però, con un bel salto logico, arriva a sostenere che il Presidente non deve testimoniare sulla lettera di D’Ambrosio (totalmente estranea ai colloqui), e non devono farlo neppure i Pg di Cassazione Esposito e Ciani, né l’ex procuratore antimafia Grasso, né il segretario del Quirinale Marra, in quanto testi “riferiti alla funzione presidenziale”. Eppure i pm non vogliono sentirli sulle telefonate Napolitano-Mancino, ma su quelle Mancino-D’Ambrosio e sulla lettera che Marra inviò al Pg per raccomandare la richiesta di Mancino di convocare Grasso per deviare altrove l’indagine di Palermo. Il quale Grasso – con buona pace del disinformatore Massimo Bordin – fu convocato da Ciani per ordine del Colle, ma respinse quella proposta indecente perché non aveva né potere né motivo per accoglierla. Secondo l’avvocato dello Stato però è vietato financo trascrivere le telefonate D’Ambrosio-Mancino, peraltro già trascritte, perché pure D’Ambrosio sarebbe circonfuso per irradiazione dall’immunità napolitana.

Nenti sacciu, nenti vitti, nenti dissi. Massima solidarietà all’Avvocatura della Mafia che, a questo punto, sarà a corto di argomenti.

Il Fatto Quotidiano, 28 Settembre 2013