Felicità! Quanto piace questa parola! Per molti è sostanzialmente lo scopo della vita riuscire ad essere felici e per tutti è sicuramente uno stato d’animo che esercita una notevole attrazione. A volte c’è la convinzione che non si possa far altro che aspettare che la felicità bussi alla propria porta, altre volte che, da quella porta, è necessario uscire determinati a cercarla e ad ottenerla.

Frasi del tipo “vorrei solo essere felice”,“farò di tutto per essere felice” o “cerco solo di essere felice” nutrono la quotidianità del conversare umano.

Sono solo illusioni! La felicità, posta come obiettivo finale della vita è, secondo me, il più grosso ostacolo al benessere psicologico, perché parte dal presupposto errato ed ingannevole che essa sia raggiungibile. Paradossalmente, più si cerca la felicità, intesa come stato permanente o comunque prioritario dell’essere, più si rischia di essere infelici perché non si arriverà mai all’oggetto del  desiderio, pur alimentando un meccanismo di frustrazione disfunzionale in quanto incessante.

Nella Costituzione degli Stati Uniti d’America si parla del diritto dell’individuo alla ricerca della felicità e non è un caso che gli Usa costituiscano il motore del modello consumistico e capitalistico imperante. La società statunitense non sembra stare poi tanto bene infatti, se guardiamo, per dirne solo alcune, all’abuso di psicofarmaci, allo smodato consumo di cibo di dubbia qualità che rende molte persone di una obesità oltre misura, alle improvvise, ma non rare, stragi compiute da uomini che sembrano aver perso il lume della ragione mettendosi a sparare per uccidere innocenti in luoghi pubblici.

Prendiamo la prima e più breve definizione che wikipedia dà alla parola felicità: “la felicità è lo stato d’animo (emozione) positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri”. Ed ecco la trappola bene in vista: tutti i propri desideri. Come si può arrivare a soddisfarli senza esclusione alcuna? Ovvio che non è possibile, non è umano arrivare a soddisfare ogni esigenza.

La frustrazione, in giuste quantità, fa parte del gioco della vita ed è un importante fattore di crescita perché ci aiuta ad avere dei limiti. Sigmund Freud parlava del principio di piacere e del principio di realtà. Il primo tende verso la gratificazione immediata per evitare il dispiacere, ottenendo solo il proprio piacere appunto, mentre il secondo tende a rinviare la gratificazione perché prende atto delle condizioni poste dalla realtà esterna con cui, prima o poi, bisogna confrontarsi. Il principio di piacere non può che essere il principio di una mente infantile, mentre il principio di realtà lo è di una mente adulta. Se anche l’adulto fosse mosso esclusivamente dal principio di piacere regnerebbe il caos, il principio di realtà dà dei confini che permettono di vivere in una comunità ossia di relazionarsi agli altri tenendo conto dei nostri bisogni senza dimenticarsi dei loro trovando un compromesso.

L’insidia dell’aspirare a soddisfare tutti i propri desideri, immaginandola come una possibilità concreta e realizzabile, diventa letale nell’attuale società dove uno dei meccanismi più patologici consiste proprio nel far nascere esigenze laddove prima non ce ne erano. Creare ad arte dei desideri ,camuffandoli da bisogni, in modo che l’individuo non sia in grado di rendersene conto e scambi le due cose.

Un tempo si stava bene con molto di meno,ora non riusciamo a stare bene con molto di più. Lo dimostrano i problemi di ansia, nevrosi e depressione che caratterizzano l’epoca industriale e che prima non sussistevano, il disagio mentale è molto cambiato e sta cambiando perché la società è diversa e non sempre in meglio. La crisi che stiamo vivendo è  strutturale e di sistema,ma non è solo sociale, scava lentamente ed in profondità nella mente del singolo individuo che vi si adatta considerandola, alla fine, la norma. La crisi, per definizione, dovrebbe essere  provvisoria, ma l’impressione è che invece il tutto non lasci pensare ad un momento di passaggio, per quanto lungo, ma ad un momento di stabilizzazione di nuove modalità di vita dove la persona non è più al centro del proprio approccio al mondo. La precarietà diventa un modus vivendi a cui ci si abitua per non soccombere, per sopravvivere dimenticandosi cosa è vivere.

Non si tratta di dire il classico e semplicistico “si stava meglio quando si stava peggio” o pensare che si voglia sostenere che ogni epoca non abbia avuto le sue criticità, non credo nelle età dell’oro, ma noi nel presente viviamo ed esso dobbiamo provare ad analizzare e comprendere.

La ricerca della felicità deve essere ben distinta dal benessere psicologico. Il benessere psicologico è un concetto diverso e non implica la felicità anzi è proprio la capacità di far fronte anche alle avversità e ai dispiaceri che ci rende sani. La vita è fatta di momenti di felicità e momenti di dolore, voler negare che esistano entrambi è puro sfoggio di inutile fantasia. Non viviamo in un mondo ideale, ma reale.

La felicità e il dolore possono attraversare la nostra vita solo come stati transitori che tenderanno ad alternarsi nella vita di ognuno di noi con le dovute differenze, ognuno ha una storia a sé e non si può che generalizzare. Accettarlo è indice di salute mentale. Pensare alla felicità come obiettivo ci pone in un’ottica di credere possibile raggiungere uno stato in cui il dolore e le difficoltà non vi trovino luogo, una condizione assente in natura.

Affermare e accettare che si ha il diritto ad essere infelici non può che farci riscoprire più umani e alleviare i nostri malesseri.