Il titolo dell’articolo è chiaramente provocatorio, tuttavia c’è chi pensa davvero, e crede di poterlo provare con argomentazioni decisamente inconsistenti, che la crescita della disuguaglianza sociale non reca alcun disturbo all’economia di un Paese e al suo normale sviluppo.

Per esempio il prof. Scott Winship, un rinomato studioso del Brooking Institution di Washington, pronto a sostenere che, se anche non fa bene, certamente non fa nemmeno male. Mr. Winship però, alla richiesta di fornire spiegazioni sulla sua posizione, liquida subito l’argomento dicendo che la disuguaglianza distributiva non è un problema serio, è solo una “distrazione” dai veri problemi. Secondo lui non ci sono grandi evidenze che la crescita della disuguaglianza, soprattutto tra la classe al top del reddito e quelle sottostanti, sia dannosa per la società nel suo insieme. Insomma: se uno che à già ricco diventa ancora più ricco, di fatto non toglie nulla alle classi medie e povere che rimangono al palo. E’ vero che la forbice del reddito si allarga, ma il ricco non toglie nulla agli altri, semplicemente è più bravo a trovare il modo di guadagnare di più, e se si gode la sua ricchezza non fa niente di male.

Non fa fatica, Mr. Winship, a trovare sostenitori alla sua teoria in America. Ma anche in Europa non mancano di certo i suoi estimatori. Persino nella fascia economica di mezzo non è difficile trovare qualcuno che individua sempre con certezza nei “lavativi” (quelli che cioè che non hanno voglia di lavorare) la colpa delle troppe spese che lo Stato deve sostenere per mantenerli.

Mi guardo bene dal difendere i lavativi. I parassiti devono sempre essere combattuti se si vuole avere una società sana. Ma credere davvero che la colpa del disastro economico sia soltanto dei lavativi è sciocchezza pura. Lo spreco per mantenere i lavativi, da parte dello Stato, può essere anche significativo (se c’è poca severità nelle regole e nei controlli) ma comunque non è mai abbastanza grande da creare una crisi economica. Per creare una crisi, specialmente ad una macro-economia grande come quella americana, ci vuole ben altro.  

Tuttavia sul piano politico la risposta del prof. Winship è sufficiente ad abbindolare molti faciloni ancora convinti di vivere nel paese delle opportunità. Basterebbe un’analisi solo un pochino più attenta per trovare l’evidenza che la sua è una visione alquanto miope della giustizia sociale.

Infatti è già possibile trovare un quotato antagonista persino in Andy Serwer direttore editoriale di Fortune, la più diffusa tra le riviste a carattere economico-popolare degli Stati Uniti. Serwer, nel numero di settembre della rivista fa una rapida verifica della presunta ‘disparità’, e poi, ammettendone fatalmente l’esistenza, si chiede cosa si potrebbe fare per invertire questa tendenza.

La prova che la disparità è in crescita la trova in un report del 2011 del Congressional Budget Office (C.B.O.) che per il periodo 1979 -2007 (28 anni) assegna alle famiglie americane della classe media una crescita del 62%, mentre la crescita della classe al top della scala sociale (i ricchissimi per intendersi) ha visto salire il proprio reddito del 275%, cioè più del quadruplo rispetto alla classe media. E i poveri? Ai poveri praticamente … niente! La crescita di quelli che nel 1979 erano già nella fascia della povertà è stata solo del 18%. Se non ci fossero le chiese in America, i poveri sarebbero dimenticati da tutti, progressisti e conservatori uniti. Nei giorni scorsi la Camera del Congresso a guida repubblicana è arrivata a tagliare persino i “buoni pasto” dei miserabili per risparmiare una decina di milioni in dieci anni.

Serwer attribuisce l’evidente distorsione nella distribuzione tra le fasce sociali dei benefici registrati in 28 anni di crescita economica, da un lato, alla costante politica di riduzione dei tassi sulle fasce di reddito alte, dall’altro lato, specialmente nei periodi di crisi, ai continui, sempre più consistenti, tagli ai benefici del welfare, a tutto danno delle categorie di popolazione più bisognose di assistenza. Si tenga conto, tra l’altro, che Serwer, che in quella posizione può essere tutto meno che un alfiere della “sinistra” sociale, probabilmente non ha preso a caso uno studio che si chiude proprio nel 2007, cioè prima della Grande Recessione.

Un altro fattore importante che ha generato lo squilibrio distributivo è costituito dal passaggio di una buona parte del reddito delle famiglie, dalle categorie del reddito da lavoro a quelle del reddito da investimenti. Come è noto la tassazione sul reddito da lavoro pesa anche più del doppio rispetto a quella dei redditi finanziari. Infatti praticamente tutti i managers di alto livello, ma soprattutto quelli che lavorano nell’area della speculazione finanziaria, si fanno pagare il più possibile della loro retribuzione in titoli finanziari così da farli passare come investimenti finanziari e fare risparmi molto consistenti sulle tasse dovute.

Il direttore di Fortune ritiene perciò che per riportare il livello distributivo ad un migliore equilibrio sia sufficiente aumentare la paga minima dei lavoratori (negli Usa ferma dal 2009 a $7.25 l’ora, equivalente a circa 15000 dollari l’anno) e contemporaneamente aumentare l’aliquota della tassazione degli investimenti finanziari.

Il conseguimento del primo punto, benché incerto nella data, è del tutto inevitabile essendo ogni elemento fisso della retribuzione eroso più o meno rapidamente dall’inflazione.

Quello della tassazione delle rendite finanziarie invece, e Serwer lo sa molto bene, sarebbe molto più difficile da conquistare, percheé ogni volta che si tenta di farlo insorgono tutte le lobby del mondo a stoppare il tentativo.

Però Mr. Serwer, volendo essere più convincente con Mr. Winship, avverte anche che la crescente disparità nella distribuzione del reddito non avrebbe una negatività solo economica, ma sarebbe molto negativa anche sul piano sociale, perché porterebbe ad una frammentazione-ghettizzazione della società. La parte molto benestante tenderebbe a chiudersi in aree recintate ben difese dalla criminalità, ma per tutti gli altri, e per le forze di polizia, diventerebbe assai arduo riuscire a mantenere un buon livello di convivenza civile, specialmente nelle aree più povere e ghettizzate, che potrebbero facilmente cadere in numero crescente sotto il controllo di violenti e di bande di criminali.

Questo “affresco” disegnato dal direttore editoriale di Fortune, vale in linea di massima anche per l’Europa e per tutte le altre economie sviluppate del mondo. L’affermazione del prof. Winship è non solo del tutto fuorviante sul piano economico ma, come dice Serwer, anche estremamente pericolosa per l’equilibrio e la stabilità sociale. Parlano di crescita, ma come fa un’economia a crescere se chi sta in alto lascia cadere solo le briciole?