La lunga onda del “catalinismo” agita le acque della politica spagnola ed europea. La «via catalana», la catena umana che nelle scorse settimane aveva attraversato i luoghi simbolo di Parigi, Londra, New York e di altre grandi capitali mondiali, ha avuto come naturale sbocco le strade di casa: un milione e 600mila persone hanno inondato le vie della Catalogna nel giorno della Diada, la festa che l’11 settembre di ogni anno commemora la caduta di Barcellona del 1714 per mano dei Borboni.

Una catena umana che si è dipanata lungo più di 400 chilometri, da nord a sud, unendo i confini della regione autonoma. Uno tsunami nazionalista nato negli ambienti della classe media e sviluppatosi trasversalmente in tutti i settori sociali, travolge vecchi schemi e genera nuove appartenenze. Le istanze del movimento propendono chiaramente per l’indipendenza, obiettivo da raggiungere attraverso un referendum sull’autodeterminazione che il Parlamento catalano ha indetto nel settembre del 2012. La consultazione dovrebbe tenersi nel 2014 secondo il Patto per la libertà, l’accordo politico ratificato da Convergencia i Unionpartito moderato di Artur Mas, presidente della regione autonoma, e da Esquerra Republicana, movimento indipendentista di sinistra in netta ascesa, come l’«Assemblea Nacional Catalana», l’associazione organizzatrice della “via catalana”.

I partiti tradizionali, storditi dal frastuono dell’onda, rivedono gli abituali orientamenti e cercano non facili riposizionamenti. Il Partido Popular del premier Rajoy, scavalcato a destra dal movimento “unionista” Ciutadans, sembra vittima della propria asfissia politica: una lettera di due pagine al President Mas firmata Mariano Rajoy e un reiterato “no” al referendum per ragioni di diritto costituzionale le uniche risposte del partito di governo alla catena umana per l’indipendenza. Il premier nella missiva richiama le istituzioni al senso di responsabilità, formule vuote, secondo gli analisti, utili solo a prendere tempo e ad ottenere il rinvio della consultazione al 2016.

Appaiono invece più serie le questioni giuridiche preliminari poste sul referendum, ciò soprattutto alla luce di un precedente maturato nell’ambito dell’altro grande conflitto nazionalista, quello mai sopito in Euskadi, nei Paesi Baschi. Nel giugno del 2008 il governo basco indisse un referendum – non vincolante – sull’autodeterminazione, consultazione poi bocciata dal Tribunale Costituzionale di Madrid perché mancante del permesso dello Stato centrale. La Corte rilevò pure che in elezioni significative al punto da toccare l’integrità territoriale della nazione il diritto di voto andrebbe riconosciuto all’intero corpo elettorale spagnolo. Argomentazioni giuridiche valide in ogni stagione della politica per placare gli impulsi nazionalisti.

I socialisti del Psoe, storicamente più attenti alle istanze del “catalanismo”, propongono soluzioni più condivise. “Spagna federalista” è lo slogan giusto per arginare la marea separatista. Federalismo incentrato nella costituzione di una Camera Territoriale in sostituzione del Senato, in una più solida autonomia finanziaria delle regioni autonome e nel pieno riconoscimento dei diritti che definiscono i contorni dell’identità catalana: la lingua, la cultura, il sistema educativo, il diritto civile (già oggi in Catalogna il diritto successorio presenta proprie peculiarità rispetto alla disciplina adottata nel resto della Spagna).

In acque tanto agitate anche l’Unione europea ha voluto affondare il proprio remo. La Commissione europea ha assicurato che se una regione di uno Stato membro si proclama indipendente, essa immediatamente si converte in Stato terzo, perdendo quindi lo status di paese comunitario. Un colpo non facile da assorbire per i nazionalisti e per una classe imprenditoriale che attraverso l’export ha fatto grande l’economia della regione. Barcellona freme, Madrid aspetta di sapere se tra qualche anno dovrà aprire propri uffici diplomatici tra le Ramblas.