Sono in vigore le nuove linee guida emesse dalla Suprema corte del popolo e già cominciano le polemiche. Tra le norme più discusse si legge: “gli utenti internet che condividono informazioni false o che possano nuocere agli interessi nazionali rischiano fino a tre anni di galera se i loro commenti sono visti 5000 volte o condivisi e ripubblicati 500 volte”.

La settimana scorsa c’erano stati due editoriali del Quotidiano del popolo, giornale famoso per essere la voce del Partito fino, a volte, ad anticiparne le tendenze. E questo è proprio il caso. Mentre da una parte la scarcerazione con 15 mesi di anticipo dell’attivista Shi Tao (quello arrestato nel 2005 grazie a Yahoo che aveva consegnato le sue mail al governo cinese) aveva fatto ben sperare alcuni, sul giornale di partito si titolava: “Nel momento critico, sguainate le spade!”. Gli articoli interni spiegavano come la Cina fosse nel bel mezzo di una “lotta sulla sfera ideologica” e di come il campo di battaglia fosse lo spazio “caotico” di internet.

Lu Wei, il ministro dell’Ufficio statale per l’informazione Internet, in una lettera aperta dalla Gran Bretagna “il luogo di nascita del World Wide Web” si arrampica sugli specchi per tentare di disinnescare la notizia bomba per la libertà di informazione nell’ex impero di mezzo. Dapprima si lancia in un difficile parallelo tra il gentlemen britannico e il junzi di confuciana memoria per convincere che il regolamento altro non favorisce che una scontata “netiquette”. Poi si compiace nella constatazione per cui “il 20 per cento della popolazione mondiale controlla l’80 per cento delle informazioni” e infine parafrasando l’assunto di Bernard Shaw “libertà significa responsabilità” con un più concreto “libertà significa ordine”, sostiene la somiglianza delle policy e dei regolamenti britannici con quelli cinesi auspicando che “internet porti a tutti felicità e salute”.

La tendenza della nuova era del presidente Xi Jinping, che a novembre in molti avevano salutato come l’inizio delle aperture politiche oltre che economiche, era stata messa in evidenza già da Wen Yunchao, una delle voci più conosciute del mondo degli attivisti cinesi. Alla fine dell’estate aveva pubblicato un grafico in cui metteva in relazione gli ultimi eventi con gli arresti di dissidenti e attivisti. Seppure si tratti di un grafico incompleto (mancano i militanti legati ai movimenti “etnici” e ai gruppi religiosi come il Falun Gong) la lista degli arresti evidenzia con chiarezza in quale maniera il partito si stia comportando con chi gli si oppone.

Il nuovo regolamento non lascia adito a dubbi e mette partito e utenti di fronte a nuove contraddizioni. Come nota il professore di giurisprudenza Tong Zhiwei intervistato dal South China Morning Post, adesso la leadership si trova di fronte a un dilemma. “Da una parte i rumor online sono percepiti come una minaccia per la stabilità sociale; dall’altra internet sta diventando uno strumento indispensabile della campagna anticorruzione”.

Come al solito però sono i pesci piccoli ad essere più spaventati. Bisognerebbe non scrivere più nulla, notano in molti. Sfruttando questo nuovo regolamento infatti, ormai per mandare una persona in carcere basta condividere 500 volte un suo dubbio post.

di Cecilia Attanasio Ghezzi