La lettura del ricorso con il quale Silvio Berlusconi ha chiesto alla Corte europea dei diritti dell’uomo di condannare lo Stato italiano per aver violato il proprio diritto a restare Senatore della Repubblica ed a candidarsi ad esserlo ancora è un’attività alla quale nessun cittadino italiano dovrebbe sottrarsi.

Le trentatre pagine del ricorso offrono, infatti, uno straordinario spaccato del baratro etico, politico e democratico nel quale il Paese è evidentemente precipitato se si lascia che si scriva una pagina tanto buia della sua storia in un clima di generale rassegnazione se non, addirittura, di indifferenza.
Il ricorso scritto dai legali del Cavaliere ma firmato di suo pugno lo scorso 7 settembre è, infatti, un gesto democraticamente destabilizzante, eticamente e moralmente diseducativo, politicamente almeno sconveniente e giuridicamente claudicante.

Cominciamo dal principio.

E’ un ricorso firmato da un Senatore della Repubblica ed ex Presidente del Governo che trascina la Repubblica italiana dinanzi ai giudici della Corte europea sostenendo che lo Stato che, sino a ieri, lui stesso ha rappresentato in ogni contesto internazionale e che, domani – e da qui il ricorso – vorrebbbe tornare a rappresentare starebbe violando i propri diritti fondamentali di uomo e cittadino proprio come fanno certi regimi anti-democratici.

Re Silvio, insomma, si riscopre cittadino qualunque per un giorno e, dopo aver calcato la scena politica italiana per un ventennio ed averne irreparabilmente segnato il destino utilizzando il proprio straordinario potere economio e mediatico, rimprovera allo Stato italiano di volergli imporre – attraverso norme illegittime e liberticida – di abbanonare il suo scranno a Palazzo Madama e di non candidarsi, almeno, per i prossimi sei anni.

Un Senatore della Repubblica contro la Repubblica, un ex Capo del Governo, aspirante Capo del Governo contro il Governo.

Ma a lasciare senza parole è l’argomentazione giuridica principale in forza della quale, secondo Mr. B., i Giudici della Corte europea dovrebbero accogliere il suo ricorso.
A rendere illegittima la norma che lo vorrebbe fuori dal Parlamento ed incandidabile, almeno, per i prossimi sei anni è, secondo i legali dell’ex Premier, la circostanza che all’epoca in cui Silvio Berlusconi evadeva le tasse, garanendo soldi e prosperità alle sue imprese ed alla sua famiglia in barba alle leggi dello Stato, Re Silvio non poteva prevedere che, un giorno, quei reati, avrebbero potuto imporgli di restare fuori dal Parlamento e di rinunciare a candidarsi.

Decadenza e incandidabilità, insomma, secondo quanto Mr. B. ha scritto ai giudici della Corte sarebbero conseguenze imprevedibili delle sue malefatte con la conseguenza che pretendere di opporgliele sarebbe illegittimo e contrario ad una lunga serie di articoli della Carta europea dei diritti dell’uomo.

E’ qui che il giudizio etico dovrebbe sovrapporsi a quello giuridico della Corte Europea sino quasi a sostituirlo: il presupposto, non scritto, del ragionamento sotetso a tutto il ricorso è, infatti, che, in assenza di una legge vigente all’epoca dei fatti, etica, morale, senso civico e buon senso non siano sufficienti ad impedire ad un pluricondannato – anche in via definitiva – di continuare ad essere Senatore della Repubblica e di candidarsi ad esserlo ancora.

Un principio che dovrebbe far accapponare la pelle ad ogni cittadino onesto.
Ma, nelle ultime righe del ricorso, Silvio Berlsconi – già Re Silvio – si riscopre Re per qualche istante quando chiede ai Giudici della Corte di pronunciarsi sulle sue domande di condanna dello Stato italiano con straordinaria urgenza perché la questione non riguarderebbe “solo” la violazione dei diritti di un cittadino ma sarebbe di interesse generale, a livello nazionale e sovrannazionale.
Chiunque, sin qui, abbia pensato che la questione della decadenza e incandidabilità di Mr. B., fosse un problema solo di quest’ultimo e, al limite, dei suoi familiari e delle sue imprese, evidentemente ha sbagliato.

Il punto, però, ora non è più cosa pensi Mr. B. delle leggi italiane ma cosa lo Stato italiano, nella sua più alta espressione istituzionale, pensa di Mr. B.
Re Silvio, infatti, si è camufatto da cittadino qualsiasi ed ha fatto la sua mossa invocando tutela per i suoi diritti civili fondamentali dei quali la Repubblica italiana vorrebbe fare carne da macello.

Ora tocca al Governo italiano fare altrettando, intervenendo davanti alla Corte europea e spiegando le macroscopiche ragioni di diritto per le quali il ricorso di Mr. B. fa acqua da tutte le parti e non c’è davvero niente di liberticida o illegittimo nel prevedere che un pluricondannato, anche in via definitiva, non possa sedere in Parlamento né candidarsi a farlo in futuro.

E’ ora che il Paese si gioca davvero la faccia: non perché un decadente potente pur di salvarsi ha denunciato la nostra Repubblica di essere liberticida ma perché se non ci difendiamo con convinzione da una tanto infamante accusa, rischiamo, nei prossimi decenni, di essere guardati dalla comunità internazionale come un Paese che si è fatto dichiarare fuorilegge da un fuorilegge.