E’ successo in una frazione di Costa Volpino, a Corti, in provincia di Bergamo ma potrebbe accadere ovunque: alla vigilia dell’inizio dell’anno scolastico i genitori di alcuni bambine e bambini di una scuola elementare hanno ritirato i loro figli dalla scuola venendo a sapere che sarebbero stati una minoranza. Su 21 bambini, infatti, 14 sono immigrati, cosa che è stata giudicata non una ricchezza per quei sette bambini italiani, bensì un fardello che avrebbe rallentato l’apprendimento dell’intera classe.

Potrei facilmente unirmi al coro di quanti sulla scia del politically correct hanno sparato a zero sulle scelte di quei genitori, accusandoli di miopia e di razzismo, ma in realtà se non si vuole essere ipocriti non si deve aver timore nell’affermare che in fondo quei genitori hanno qualche ragione. E’ evidente a chiunque abbia un po’ di buon senso che dei bambini e delle bambine non italiani si troveranno senza dubbio svantaggiati a dover imparare a leggere e scrivere in una lingua che non è la loro, ed è ancora più evidente che dei bravi maestri non li lasceranno indietro ma si adegueranno alle esigenze della classe.

Detto questo lungi da me il volere classi solo per stranieri o il prendere spunto da questa vicenda per chiudere le porte agli immigrati. Anzi sono fermamente convinta che il venire in contatto con culture e realtà diverse, facendosene anche contaminare, per una bambina e un bambino è una splendida opportunità di conoscenza, di apertura mentale e di arricchimento.

Il problema però esiste e va affrontato e risolto. Così come vanno risolti i cento e mille problemi della scuola italiana che ha subito con gli ultimi due governi un impoverimento economico e culturale senza precedenti a partire da quei tagli agli insegnanti di sostegno indispensabili per supportare non solo gli alunni diversamente abili, ma anche quelli che per le ragioni più diverse non riescono a stare al passo con il resto della classe.

Oggi il consiglio dei Ministri ha approvato un decreto che dopo anni di politiche restrittive per la prima volta sembra imboccare una via diversa con misure pari a 400 milioni di euro, 26 mila assunzioni a tempo indeterminato per i docenti di sostegno, stabilizzazione dei precari e risorse destinate al diritto allo studio. A questo si aggiunge l’estensione del permesso di soggiorno per gli stranieri a tutta la durata degli studi a dimostrazione che in una scuola che ha risorse c’è spazio per tutti.

In clima di austerità e di crisi il tornare a investire nella scuola, nell’istruzione e nella cultura e nella ricerca è un segnale di cambiamento importante che ridà speranze e ottimismo per il futuro. I tagli se servono facciamoli altrove.