Quando si parla di soldi, le divergenze politiche si superano. La Calabria in questo è maestra e non ha nulla da invidiare alla strana alleanza Pd-Pdl su cui poggia le basi il governo Letta. Se sui temi generali occorre mantenere almeno formalmente le dovute differenze tra il centrodestra e il centrosinistra, quando in ballo ci sono le indennità di fine rapporto e i vitalizi dei consiglieri regionali, ecco spuntare con tutta la sua forza il partito trasversale. Pd, Pdl e Udc uniti, quasi all’unanimità (solo quattro voti contrari), hanno bocciato la proposta del Movimento 5 Stelle di un referendum per abolire l’indennità di fine mandato anche ai rappresentanti in carica.

Risparmiare si, ma i sacrifici non devono farli i consiglieri regionali. Non ce la fanno proprio i politici calabresi a tirare la cinghia neppure dopo la figuraccia dei rimborsi ai gruppi, oggetto di un’indagine della guardia di finanza. Con il voto di ieri, Pd e Pdl non hanno consentito l’avvio dell’iter per l’indizione della consultazione popolare.

Anche chi ha votato a favore del referendum lo ha fatto con la convizione che il “vitalizio va mantenuto”. Si è espresso così il consigliere Damiano Guagliardi (Federazione della sinistra) secondo cui “la proposta referendaria è strumentale e dobbiamo accettare la sfida dell’antipolitica e concedere ai cittadini di esprimersi liberamente”.

Un pensiero simile a quello del capogruppo di Italia dei Valori, Emilio De Masi: “Non possiamo cedere alle richieste degli apostoli dell’antipolitica”.

Ancora più imbarazzanti le motivazioni dei consiglieri che hanno votato contro il referendum come il vicecapogruppo del Pd Tonino Scalzo che prima parla di “volontà di continuare la battaglia sui costi della politica” e poi si pone il problema di “una vedova di un consigliere regionale che sarebbe duramente colpita da questo provvedimento”. E se il Pd calabrese ha dimostrato tutta la sua ambiguità in Consiglio regionale, fuori dal Palazzo c’è chi, come il consigliere comunale dei democrat di Catanzaro Salvatore Scalzo, si è scagliato contro i suoi compagni di partito e si dice “molto preoccupato per la chiusura mentale prima ancora che tecnica e politica dinanzi alla proposta e al tema del referendum. Oggi è l’ennesima pagina nera della politica regionale, uno schieramento unico del privilegio che, dietro tecnicismi e politicismi di occasione, manca un’occasione importante e imperdibile”.

Un provvedimento, quello del referendum che, secondo il presidente del Consiglio Regionale Franco Talarico, comporterebbe problemi al funzionamento di Palazzo Campanella perché verrebbero a mancare quelle risorse decurtate dall’indennizzo percepito mensilmente dai consiglieri. È lo stesso Talarico che, all’indomani della notizia dell’inchiesta “Rimborsopoli”, coordinata dalla Procura di Reggio, aveva auspicato le dimissioni dei consiglieri coinvolti nell’indagine e che si sono fatti rimborsare addirittura i “gratta e vinci” e i 70 centesimi del caffé. Dimissioni che, anche dopo la trasmissione degli atti alla Corte dei Conti, non sono arrivate per buona pace del partito trasversale del quale da ieri, non fa più parte, l’assessore al Lavoro Francescantonio Stillitani. Imprenditore prestato alla politica, prima come ex sindaco di Pizzo Calabro e poi come assessore regionale in quota Udc (con cui oggi ha rotto), il suo intervento di ieri è stato un durissimo schiaffo al governo regionale guidato dal pidiellino Giuseppe Scopelliti.

Parole pesantissime che inchiodano la classe politica calabrese alle sue responsabilità. “In questo momento – ha affermato Stillitani in aula rassegnando le dimissioni – ricevo come indennità di consigliere regionale circa 8mila euro netti al mese, e godo di tanti privilegi pur non svolgendo alcuna attività politica-amministrativa utile per il territorio. Ritengo questo ingiusto, tanto nei confronti dei calabresi su cui grava il mio costo, quanto nei confronti degli elettori che mi hanno votato. Ho deciso per coerenza ed onestà di dimettermi da consigliere regionale rinunziando a tutti i vantaggi che la carica comporta. Non sono più motivato a fare attività politica, mi trovo a disagio – ha aggiunto – in un mondo dove ormai spesso si opera e si fanno scelte dettate da interesse di parte e personali e si privilegia l’appartenenza e la clientela rispetto alle capacità, un ambiente in cui prevalentemente si vota e si appoggia un uomo politico non perché se ne condividono le idee e le attività, ma perché si spera di ottenere qualche vantaggio e questo a discapito della Calabria e dell’Italia in generale”.

Infine, l’assessore Stillitani ha puntato il dito contro i consiglieri seduti in aula: “Non mi va più di essere confuso e accomunato dall’opinione pubblica a quei miei colleghi, anche nazionali, che vedono le Regioni e le Istituzioni come mucche da mungere illegalmente, come si rileva, purtroppo, dalla stampa e dalla cronaca giudiziaria”. La seduta si chiude. Il vitalizio dei politici calabresi è salvo ancora una volta.