In questi giorni altissima è l’attenzione mediatica sui famigerati test d’ingresso all’università, tema caldo di ogni inizio anno accademico, quest’anno reso ancora più rovente dall’introduzione del “bonus maturità”, criticatissimo dalle associazioni studentesche e non solo.  Spiace però dover constatare come il dibattito intorno all’accesso all’università, questione cruciale per qualsiasi Paese, si riduca a una discussione che dura sì e no una settimana e che troppo spesso è incentrata solo e soltanto sulle domande del test della facoltà di Medicina. Stupisce ancor di più il pressappochismo con cui chiunque si diletta sul tema, ricorrendo a luoghi comuni e a slogan sul merito, che poco hanno a che fare con la realtà della situazione in cui ci troviamo.

Proviamo allora a fare chiarezza su una serie di cose, con la speranza che dopo si possa affrontare il tema in maniera molto più seria, come dovrebbe essere quando in gioco c’è il futuro di migliaia di studenti, oltre che dell’Università e del ruolo che essa dovrebbe ricoprire nel nostro Paese.

  1. In Italia ci sono troppi laureati, non possiamo più permetterci di far iscrivere chiunque all’università. Falso: l’Italia è uno dei Paesi in Europa con il più basso numero di laureati fra i 25 e i 34 anni. Solo il 19% (al pari di Slovacchia, Romani e Repubblica Ceca), contro una media del 30% nell’Ue, corrispondente alla metà delle cifre del Regno Unito, della Francia e persino della Spagna. L’obiettivo da raggiungere fissato a livello europeo è quello del 40% (più del doppio di quelli attuali) entro il 2020. Vale a dire che, secondo la logica, nei prossimi 7 anni dovremmo sforzarci per promuovere le iscrizioni all’università, che invece sono in forte calo (-58.000 iscritti negli ultimi 10 anni).

  2. All’università è giusto che vada chi se la “merita”. Falso: la formazione universitaria rientra a pieno titolo fra i diritti fondamentali di ogni cittadino, garantito fra l’altro dalla nostra Costituzione. I diritti, per loro natura, non sono un premio che ognuno deve provare ad ottenere, ma una garanzia che ogni società dovrebbe premurarsi di tutelare. Selezionare, in base a una presunta idea di “merito”, chi può godere di un diritto e chi no, è una prepotenza di cui ci si è arrogati in maniera totalmente illegittima.

  3. I test sono uno strumento imparziale, chi studia li supera senza problemi. Falso anche questo: pensare che qualche decina di domande e due ore di tempo siano lo strumento per stabilire chi è in grado di studiare una disciplina e chi no è pura follia. Il test premia un tipo di preparazione, nozionistica e meccanica, che è lontana anni luce dal metodo e dai contenuti con cui si viene formati all’interno delle nostre scuole. Non per altro, negli anni sono sorte tantissime aziende e istituti privati che preparano i futuri universitari in vista del test, insegnando più che materie, ragionamenti e connessioni, trucchi e metodi per poter rispondere velocemente a una tipologia pre-impostata di quesiti. I costi di questi corsi sono altissimi e accessibili solo a coloro che hanno la possibilità di investire economicamente nella preparazione ai test d’accesso, alla faccia di qualsiasi discorso sull’equità e sulla mobilità sociale. Non è un caso, fra l’altro, che oggi il numero dei laureati che provengono da famiglie in cui almeno uno dei due genitori è laureato è 7 volte superiore di quello di chi viene da una famiglia a basso livello d’istruzione.

  4. Il numero chiuso esiste solo in facoltà particolarmente difficili, perché non tutti sono in grado di studiare materie particolarmente complesse. Falso: il numero chiuso sta progressivamente diventando uno strumento universale di sbarramento all’università. Oggi il 57,3% dei corsi di laurea attivati in Italia prevedono una selezione all’accesso, ben più della metà. Al di là delle facoltà che sono regolate da un sistema di selezione nazionale (L. 264/99, che riguarda le discipline medico-sanitarie, Architettura e Scienze delle Formazione), i singoli atenei possono decidere se attuare o meno dei sistemi di selezione. Complice il durissimo taglio dei fondi pubblici, il blocco del turn-over e l’impossibilità di assumere nuovi docenti, la carenza storica di spazi e infrastrutture, oltre che il famigerato decreto AVA e l’imposizione di ristrettissimi requisiti per l’attivazione dei corsi di studio, il numero chiuso è diventato lo strumento principe con cui far fronte ai problemi dell’università pubblica, nell’attesa che qualcosa cambi sul fronte delle politiche nazionali.

Le conclusioni a questo punto non sono difficili da tirare: la cosa di cui il nostro Paese avrebbe bisogno in questo momento è l’abolizione totale di ogni barriera all’accesso universitario e un grosso piano di investimenti pubblici per gli atenei, in maniera tale da garantirne la sostenibilità e la capacità di accogliere e fornire istruzione di qualità a tutti coloro che lo desiderano. Il tutto andrebbe supportato da un nuovo sistema di borse di studio e servizi in grado di tutelare il diritto di proseguire gli studi oltre il diploma a prescindere dalle proprie condizioni di reddito.

Peccato che tutte le politiche adoperate negli ultimi anni vadano nella direzione diametralmente opposta e che all’orizzonte non sembra scorgersi nessun segnale di cambiamento. Non è una novità, come non lo è il fatto che a farne le spese sia sempre la nostra generazione. Resta a noi scegliere se continuare ad assistere alla progressiva negazione dei nostri diritti e del nostro futuro o ricominciare ad alzare la voce, a partire dalle nostre scuole e dalle nostre università.

(scritto in collaborazione con Diana Armento, esecutivo nazionale di Link-Coordinamento Universitario)