Berlusconi e Mediaset

Il Machiavelli della celluloide

Articolo originale di Irene Helmes apparso su sueddeutsche.de

Traduzione di Alessio Colonnelli e Claudia Marruccelli per www.italiadallestero.info

Le antenne trasmittenti del gruppo Mediaset: le basi di una carriera senza pari nei media e in politica. Silvio Berlusconi ha conquistato i salotti delle case italiane, sostenuto il proprio potere e lasciato una forte impronta nella cultura televisiva del Paese. La storia delle “armi di distrazione di massa”.

Sarebbe ironico se Silvio Berlusconi, al centro di tanti processi, fosse ora condannato per frode in relazione al gruppo TV Mediaset: il gruppo è considerato il fiore all’occhiello del 76enne ed è stato per molti anni decisivo per la sua carriera senza precedenti tra imprenditorialità, media, ostentazione e politica.

Nell’immobiliare e nell’edilizia Silvio Berlusconi aveva raggiunto una notevole ricchezza, allorquando, approfittando della legalizzazione della televisione privata in Italia nel 1976, decise di tuffarcisi ricavandone soldi a palate. Negli anni Ottanta, tramite la holding Fininvest, il milanese giunse nel giro di pochi anni a competere con la TV pubblica, la Rai. Così abilmente che spazio per altri competitori ne era rimasto davvero poco. Canale 5, Italia 1 e Rete 4, così si chiamano le sue principali reti, che a tutt’oggi dominano il programma italiano accanto alla Rai. Fin dall’inizio il format fu la Tivù di intrattenimento. Al di là di Rai e Mediaset, rimase un 10% di spazio per emittenti terze, uno spazio destinato poi a rimpicciolirsi.

Nelle parole del teorico dei media Paul Virilio, nel 1994, un “Machiavelli della celluloide”, sostenuto dai fuochi d’artificio della pubblicità dei suoi canali televisivi e da agenzie pubblicitarie di sua proprietà, fu per la prima volta eletto Premier. La messa in scena a tutto tondo del rifulgente nonché self-made man Berlusconi, inteso come uomo della speranza e dell’alternativa allo screditato funzionamento politico di Roma, era riuscita.

Il trionfo della banalità

Negli anni dei suoi incarichi istituzionali il potere mediatico di Berlusconi arrivò ai massimi livelli. Perché parallelamente alle reti Mediaset e ai prodotti dei suoi editori della carta stampata, anche le emittenti pubbliche subivano l’influenza di Berlusconi. Giornalisti poco amati sono stati regolarmente costretti ad abbandonare baracca e burattini. Il veterano editorialista Enzo Biagi lasciò la Rai nel 2002, dopo un mese di conflitti con Berlusconi; questi lo aveva accusato, tra le altre cose, di aver abusato delle sue trasmissioni per farne campagna elettorale di sinistra col fine ultimo di farlo perseguire penalmente. Durante i telegiornali Mediaset, il classico metodo per indebolire le argomentazioni a lui critiche era quello di far parlare all’inizio i portavoce dell’opposizione, per poi far confutare quanto detto dai portavoce dei partiti di governo.

L’organizzazione Freedom House declassò la libertà di stampa in Italia nel 2004 da “libera” a “parzialmente libera”, citando l’alta concentrazione dei media e la maggiore pressione politica sui redattori. Questa valutazione si rivelò corretta, quando Berlusconi nel 2009 cedette il potere, anche se solo temporaneamente.

Un rifugio critico e indipendente è stato negli anni di governo di Berlusconi la minore Rai 3, con lo scrittore Roberto Saviano nel 2011 ideatore e conduttore di “Vieni via con me”, trasmissione di breve durata ma di successo. La superiorità dei programmi TV berlusconiani, dal tono amichevole o del tutto apolitico, era difficile da scalfire, come i critici di Berlusconi hanno riconosciuto. Il giornalista Francesco La Licata aveva sottolineato a suo tempo in una intervista con Arte [emittente bilingue franco-tedesca, N.d.T.], che il fattore decisivo sono il palinsesto delle grandi emittenti e il generale “trionfo della banalità”. Ad un esame più attento, risultò poi chiaro come la cultura politica italiana venne di molto danneggiata. “Quello che la maggioranza guarda sono trasmissioni che qualcuno giustamente ha descritto come le più grandi «armi di distrazione di massa».

In realtà, l’Italia è stata a lungo un Paese profondamente infelice. E la nostra televisione è parte della depressione”, diceva a tal proposito Saviano tempo addietro. Evadere dalla realtà è l’obiettivo finale e la ragion d’essere della televisione italiana, piena di battute stupide o alterchi più o meno fabbricati. “A volte – e questo è quasi un rito familiare – urla anche il capo del governo con tutti gli altri. E li invita ai talk show o ai programmi sportivi, usurpa la scena al presentatore e non contento arriva a fargli una piazzata in diretta.

Un programma di casting gonfiato come Amici, il voyeurismo del Grande Fratello, l’esibizione delle veline, belle donne a decorare trasmissioni condotte da uomini, un sacco di soap opera e commedie – un mondo, quello proiettato dai canali Mediaset nei soggiorni d’Italia, sempre sgargiante, urlato, facile da consumare. Nei microcosmi dei programmi Mediaset si sparla volentieri degli altri, spettacoli in cui starlet televisive di più o meno di grande talento vagano da un formato all’altro e oltre a riempire i giornali di gossip, come il settimanale “Chi” della Mondadori di Berlusconi. Ma calunniare garantisce l’audience; lo è stato per molto tempo, oggi meno. Canale 5 manteneva una media di oltre il 20% di audience e insieme a Italia 1 e Retequattro Mediaset arrivava al 40%.

“Ce ne sono abbastanza di loro”

In Italia la televisione è il più importante mezzo di comunicazione. I giornali rimangono a distanza, le tirature sono da sempre fiacche. Se i giornalisti della sinistra liberale, come quelli della Repubblica, si ponevano in modo veemente contro Berlusconi, ciò era quasi irrilevante, poiché raggiungevano un pubblico già  adeguatamente critico. I seguaci di Berlusconi sedevano sempre in programmi su misura. Per Umberto Eco Berlusconi è “un genio della comunicazione”, anche i suoi errori e gaffe sono calcolati. “I suoi obiettivi erano uomini e donne di mezza età che guardano la televisione – e ce ne sono abbastanza di loro per formare una maggioranza.”

Ma anche queste maggioranze non durano per sempre. La carriera politica di Berlusconi è stata finora una corsa ininterrotta sulle montagne russe. Il suo impero mediatico ha dimostrato di essere tutt’altro che invulnerabile. Alle enormi difficoltà finanziarie negli ultimi anni si è aggiunta Sky Italia di Rupert Murdoch, ora un serio concorrente. Ultimamente anche Mediaset ha risentito della crisi, di cui l’Italia intera da bel po’ di tempo avverte la morsa. Il 2012 ha visto crollare i profitti del gruppo guidato dalla figlia Marina – il calo dei ricavi pubblicitari è di svariate centinaia di milioni. Alcuni osservatori hanno constatato un cambiamento di umore del Paese: sempre più italiani ne hanno nel frattempo avuto abbastanza di una televisione con lo stesso vecchio circo, mentre nel quotidiano la crisi economica si acutizza.

Il successo di Berlusconi potrebbe quindi implodere al cospetto di nuovi scenari? Oltre alla crisi economica del gruppo mediatico, una sentenza definitiva nel processo Mediaset a Berlusconi sarebbe in tal senso emblematica. Ma, anche se Berlusconi dovesse essere definitivamente condannato in maniera vincolante, per la prima volta nella sfilza infinita processuale di cui è stato protagonista, egli ha pur sempre cambiato drasticamente il panorama mediatico italiano. E questo cambiamento è di lunga portata e va al di là della sua persona.