Deceduto in caserma per una asfissia violenta causata da una pressione sulla cassa toracica. È questo il risultato dell’autopsia sul corpo di Bohli Kayes, il pusher tunisino morto a Riva Ligure il 6 giugno. Per gli inquirenti i carabinieri possono avergli premuto il torace impedendogli di respirare e il pm parla di “grave responsabilità dello Stato”.

L’esito della perizia autoptica è stata illustrata dal procuratore, Roberto Cavallone, il quale ha confermato che i tre carabinieri che lo hanno arrestato Kayes, rimangono indagati per omicidio colposo mentre nei confronti del civile che avrebbe aiutato i militari dell’Arma a fermare l’uomo in fuga, trattenendogli le caviglie, non risulta alcun provvedimento. Sul corpo della vittima non sono state riscontrate fratture. La pressione sul torace o su altre parti del corpo ha causato prima la morte cerebrale per asfissia, poi quella fisica, sostiene il medico legale, Simona del Vecchio, che ha consegnato la perizia in tribunale a Sanremo.

“Di questa morte lo Stato deve farsi carico. Si tratterà di un brutto processo”, ha detto Cavallone. Ipotizzando che la morte cerebrale possa essere avvenuta già lungo il percorso dal luogo dell’arresto alla caserma, il procuratore Cavallone ha lanciato un appello affinché chiunque abbia visto o sentito qualcosa, si faccia avanti. Sia il Consolato tunisino in Italia sia i familiari di Kayes hanno chiesto di ottenere copia del referto dell’autopsia. I carabinieri, che indagavano su un presunto spaccio di stupefacenti tra gli scaffali di un supermercato di Riva Ligure, fermarono il tunisino dopo un inseguimento addosso aveva pochi grammi di eroina. L’uomo morì poco dopo.