La Calabria è l’ultima regione d’Europa, governata da famiglie politiche e mafiose che a volte celebrano matrimoni; segue prole. L’informazione in Calabria è blindata, sicché il corpo del dissenso è invisibile. In rete il giudizio critico ha scarso seguito e la denuncia civile dura due ore, la vita di un post su Facebook. Poi l’esistenza prosegue nell’incertezza, nella precarietà, nella meschinità morale e politica. Il punto è semplice, ovvio: il dominio politico-mafioso dell’economia e dei settori pubblici impedisce ogni forma di sviluppo, per cui lavoro e produzione, impresa privata e crescita sociale sono impossibili.

L’emigrazione aumenta, malgrado regga il dato degli abitanti, falsato dalla residenza, elemento formale. Io risiedo in Calabria ma non ci vivo più. Secondo una mia stima, ottenuta da un complesso calcolo dei consumi di corrente elettrica, i calabresi che effettivamente stanno in Calabria dal 1 gennaio al 31 dicembre sono 1milione e 300mila, su una popolazione di 2milioni. In Calabria 1/3 degli studenti iscritti all’università è fuori regione.

Questi numeri non contano: non li considerano i consiglieri regionali, il presidente della giunta, i rappresentanti nazionali, il governo e gli stessi emigrati. Da almeno un decennio c’è in atto una diaspora impressionante quanto inavvertita in Calabria, un abbandono silenzioso che genera ulteriore rassegnazione e il dogma che nulla possa cambiare.

Piero Sansonetti ha annunciato il cambio di nome del quotidiano calabrese che dirige: prima era Calabria Ora, adesso si chiama L’Ora della Calabria. Roberto Galullo ha rilevato in un lungo e intenso post, oggi ripubblicato dallo stesso giornale, i limiti della prospettiva indicata da Sansonetti nell’editoriale dello scorso 4 agosto. Sansonetti ha lanciato un appello alla Calabria profonda e impegnata, alla Calabria audace e combattiva, per ricominciare la stagione delle battaglie meridionaliste.

Un proposito encomiabile, che Galullo ha smontato riportando nel dibattito la realtà nuda e cruda, che ha da fare soprattutto con lo stato dell’informazione calabrese, morta prima di suicidarsi, e con la mancanza di reattività dei più, sedotti o vinti dalle famiglie di cui sopra.

Uno dei problemi più grossi della mia terra è l’inutilità dell’informazione locale. Lo centrammo pure Saverio Alessio e io all’epoca del libro La società sparente, osservando l’anomalia dei racconti sulla Calabria, obbligatoriamente settentrionali. Anche questo punto è semplice e ovvio: non puoi raccontare la Calabria standotene in Calabria, altrimenti non esisti.

È successo a Mauro Minervino, una delle voci più autorevoli e coraggiose che conosca. Minervino è fuori di ogni circuito perché ha rotto troppo. Lo consolano apprezzamenti sinceri di Gian Antonio Stella, che ogni tanto lo ricorda sul Corriere. La verità è che la Calabria non vuol vedere i due punti semplici e ovvi prima riassunti.

Oggi ho subito l’ennesima censura: i quotidiani regionali hanno ignorato la mia richiesta a Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, noti scrittori contro la ‘ndrangheta, di pretendere coerenza da amministrazioni locali – come San Giovanni in Fiore – che li invitano a parlare solo per farsi un’immagine. Per avere spazio, devi essere un politico.

Perciò ho deciso di candidarmi alla presidenza della Regione Calabria, nel Movimento Cinque Penne. Mi voteranno i pochi amici che ancora scrivono sul serio?