La paura di una “Ilva toscana” finisce sul tavolo del governo. Ci finisce di nuovo e tutto sta nel capire ora se questa volta qualche ministero risponderà, al contrario di quanto accaduto durante i governi di Silvio Berlusconi e Mario Monti. L’inchiesta della Procura di Livorno ha chiamato la Solvay ad agire il prima possibile sullo stabilimento di Rosignano. Secondo i magistrati le indagini della Guardia di Finanza e dell’Arpat avevano messo in luce procedure di scarico irregolari. Ora è il deputato Adriano Zaccagnini, ex Cinque Stelle e ora nel gruppo misto, che cita proprio ilfattoquotidiano.it, a chiedere a 4 ministri (dello Sviluppo, dell’Ambiente, della Salute e della Giustizia) se siano a conoscenza di una situazione che sotto il profilo ambientale resta delicata e come abbiano intenzione di agire. 

Al termine dell’inchiesta, conclusa nella primavera scorsa, a finire nel registro degli indagati sono stati l’ex direttrice dello stabilimento Michéle Huart e altri tre dirigenti responsabili della sodiera, dell’elettrolisi e dei perossidati (Fabio Taddei, Davide Mantione e Massimo Iacoponi). I reati contestati: getto di cose pericolose e il superamento dei valori fissati per legge per gli scarichi. L’azienda ha deciso di patteggiare e la Procura ha accettato. Ma i pm avevano fissato un paletto: l’accoglimento della richiesta di accordo sulla pena era condizionato all’esecuzione dei primi interventi di bonifica e riqualificazione e alla presentazione di un piano da 6,7 milioni di euro che sarà testato a fine 2014. Le pene sulle quali si sono accordati magistrati e avvocati sono pecuniarie, ma alla Solvay il sì dei pm è stato vitale per la Solvay perché il rischio è che se tutto non torna a una completa riambientalizzazione si potrebbe arrivare al sequestro di alcuni impianti dello stabilimento già nel 2015. 

L’accostamento all’Ilva di Taranto è anche e soprattutto dovuto all’importanza che questo insediamento industriale ha per l’occupazione dell’intero territorio e si capisce dal fatto che il nome della fabbrica è diventato quello del paese: Rosignano Solvay. La multinazionale belga è sbarcata in provincia di Livorno oltre 70 anni fa: negli ultimi venti sta producendo tra l’altro carbonato e bicarbonato di sodio, cloro, soda caustica e acqua ossigenata. 

Tuttavia a preoccupare non è solo il presente. Ma anche il passato. Scrive Zaccagnini nella sua interrogazione che i risultati della produzione degli ultimi 20 anni da parte della Solvay hanno rappresentato “un costo enorme in termini ambientali: un visibile degrado del mare, enormi consumi di acqua e l’estrazione di salgemma nella Val di Cecina fino alle saline di Volterra”. Mentre nel mare, come verbalizzato in una conferenza dei servizi del 2009, sono presenti almeno 400 tonnellate di mercurio. Eppure lì la gente fa il bagno e sulle Spiagge bianche (si chiamano così) prende il sole. Secondo l’ex M5s “i dati sulla salute della popolazione locale sono preoccupanti: un esubero di tumori indica chiaramente quanto la situazione sia drammatica”. Più le altre questioni già sollevate negli anni da comitati locali, associazioni, partiti. Il Pd aveva presentato un’interrogazione durante la scorsa legislatura, ma non ha mai ricevuto una risposta che fosse una. 

Intanto, nel giugno scorso, la Regione Toscana ha promosso le Spiagge bianche: “Non sono mai stati rilevati scarichi a mare con livelli di arsenico superiori ai limiti di legge da parte della Solvay” ha detto l’assessore all’Ambiente Vittorio Bugli rispondendo in consiglio a un’interrogazione di Italia dei Valori e Centro Democratico. Anche l’Arpat, all’indomani dei primi articoli del Tirreno, si era affrettata a precisare che – come era emerso in un primo momento – non c’erano scarichi abusivi e ignoti all’Agenzia regionale per l’ambiente. 

Insomma Zaccagnini chiede ai ministri cosa sappiano e se ritengano necessario intervenire in qualche modo, per esempio – tra l’altro – con un’indagine epidemiologica in accordo con la Regione, con l’interdizione delle Spiagge bianche, con la chiusura degli scarichi a mare (depurati o meno) o magari con un obbligo per lo stabilimento di dotarsi di un impianto a circuito chiuso dell’acqua.