Nonno Erich passeggia con il cappellino che lo protegge dal sole e una polo blu. Cammina per le strade di Roma appoggiandosi alla badante, gli occhi vagano un po’ disorientati. Poi capisce di essere filmato e si nasconde. Sta per compiere cento anni, ma non è un anziano qualunque. È Erich Priebke, l’uomo che il 24 marzo del 1944 partecipò alla strage delle Fosse ardeatine, in cui morirono 335 persone. È il capitano delle Ss fuggito dopo la guerra e poi estradato dall’Argentina per essere processato in Italia. È l’imputato che, a conclusione di una complessa vicenda processuale, fu condannato all’ergastolo e ora, per motivi di età, ha il permesso di uscire di casa. Il 29 luglio compirà un secolo: si è parlato di un festeggiamento pubblico (che non si farà), in pochi minuti è scoppiata una rivolta su siti e social network. Tra lo sdegno, la rabbia e gli affettuosi tuìt dell’avvocato Carlo Taormina (lo difese nell’ultimo processo, quello della condanna), un commento illumina gli umori della Rete: “Priebke compie cento anni, non lo vuole neanche il diavolo”. 

Via Rasella e la rappresaglia
Il 25 marzo 1944 sfogliando i giornali, i cittadini di Roma possono leggere un comunicato che l’agenzia di stampa Stefani aveva battuto alle 22.55 della sera precedente: “Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bomba contro una colonna tedesca di Polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata, 32 uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti badogliani. (…). Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti-badogliani saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito”. E Priebke che ruolo ha avuto? L’ultima sentenza della Cassazione lo definisce “uomo di massima fiducia di Herbert Kappler, diretto partecipe di operazioni di polizia repressiva, arresti, interrogatori, torture di coloro che venivano imprigionati nel carcere tedesco di via Tasso”. Nella strage delle Fosse ardeatine “collaborò alla preparazione dell’esecuzione collettiva, mediante la formazione e la tenuta degli elenchi dei prigionieri, e al coordinamento della dinamica della loro uccisione, in posizione di assoluta preminenza organizzativa”.

“L’ordine è già stato eseguito” è il titolo di un documentatissimo lavoro di Alessandro Portelli (pubblicato da Donzelli e riproposto nei tascabili Feltrinelli), in cui l’autore riflette, leggendo i resoconti dei giornali d’epoca, sulle parole di questa storia: la nitida distinzione tra “vittime” (i tedeschi), “persone sacrificate” (i 335 uccisi per rappresaglia alle Fosse Ardeatine) e “colpevoli sfuggiti all’arresto” (i partigiani). Dove, scrive Portelli, “s’istituisce quella paurosa simmetria di azione e reazione, attentato e rappresaglia, delitto e castigo (con la sua geometrica relazione di uno a dieci) che dominerà la memoria di questi eventi: come se il caso fosse stato aperto e chiuso nello spazio di due paragrafi, come se niente fosse successo prima e niente dopo, e la sequenza via Rasella-Fosse Ardeatine fosse un ciclo chiuso a sé stante”. Ma il comunicato di regime svela anche una circostanza fondamentale: la notizia della rappresaglia venne data a cose fatte, solo dopo. Quindi non ci furono ricerche degli attentatori di via Rasella, nessun comunicato che annunciasse la ritorsione e desse modo ai responsabili di costituirsi. Eppure, nella vulgata revisionista, la storia è stata spesso e volentieri rivoltata contro i “partigiani vili” che permisero l’eccidio d’innocenti. Ma negli anni ’50 si svolsero tre processi contro i gappisti per verificare le loro eventuali responsabilità nella rappresaglia: tutti si conclusero con l’assoluzione. Anche i numeri sono fondamentali in questo delitto+ castigo. Nella furia organizzativa della rappresaglia i tedeschi non si accorgono di avere rastrellato uomini in più: la regola era dieci prigionieri uccisi per ogni soldato tedesco morto (sul colpo persero la vita in 28, altri successivamente). Arrivati nelle catacombe però, le Ss al comando di Kappler si ritrovarono cinque prigionieri in più. La decisione fu di ucciderli per non “lasciare tracce”. “Con piena consapevolezza” – scrivono ancora i giudici – “del Priebke, affidatario delle liste e preposto dall’inizio alla fine alla chiamata e alla formazione dei gruppi di cinque persone avviate, l’una dopo l’altra, a morte e alla loro cancellazione dalle liste in corrispondenza dei nominativi ivi segnati”.

La fuga, l’Argentina e il processo
A guerra finita Kappler viene condannato all’ergastolo. Dopo una diagnosi di cancro nel ’76 riesce a fuggire dall’ospedale dove è ricoverato. Morirà, libero, dopo pochi mesi. Fino agli anni Sessanta intrattiene una corrispondenza con Priebke. Che a un certo punto si tranquillizza: non pensa di essere più perseguibile e a metà degli anni ’90 rilascia un’intervista a una tv americana. L’Italia chiede l’estradizione che viene concessa e nel ’95 l’ex nazista viene trasferito in Italia. Nel ’96 il Tribunale militare di Roma afferma l’intervenuta prescrizione del reato (concorso in violenza con omicidio continuato ai danni di cittadini italiani), ordinando l’immediata scarcerazione di Priebke. Ma in aula esplode la rabbia dei parenti delle vittime: la protesta diventa un lungo assedio al palazzo del tribunale militare con scontri tra manifestanti e carabinieri. La sentenza non verrà mai eseguita. La Corte di Cassazione annulla la decisione disponendo un nuovo processo che lo condanna a 15 anni, poi ridotti a 10 per motivi di età. Nel marzo ’98 interviene il giudizio di secondo grado e la Corte d’appello lo condanna all’ergastolo (insieme a un altro ex Ss, Karl Hass): “La spinta criminosa che mostra Priebke è frutto della immarcescibile certezza di essere nel ‘giusto’ prima che soltanto nel ‘doveroso’ e di questa professione di fede, non ignobilmente celata, ma perversamente proclamata, egli riempie con coerenza la propria vita, sino a oggi”. La decisione viene confermata dalla Cassazione.

Il diritto e la memoria
Nella sentenza, la Suprema corte ricorda che il Tribunale aveva escluso “le cause di giustificazione dell’adempimento di un ordine gerarchico (per il contenuto manifestamente criminoso) e dello stato di necessità (per la sproporzione fra il pericolo che avrebbero corso con un diniego di esecuzione e il fatto commesso)”. Dice Priebke ai giudici d’appello: “Sapevo, come tutti noi, che anche il mio rifiuto all’ordine, la mia morte ed enormi travagli per i miei parenti non avrebbero comunque salvato quelle vite”. Ma lui da questo processo, ovviamente sì. L’ottuagenario capitano, in un’intervista televisiva, dice di non aver mai saputo del programma di sterminio degli ebrei. Su questo, una parola molto importante l’aveva detta Robert H. Jackson, il pubblico ministero che rappresentava l’accusa al processo di Norimberga: “Se mettiamo insieme solo le storie che provengono dal banco degli imputati questo è l’affresco che emerge: il governo di Hitler sarebbe composto da un numero 2 che non ha mai sospettato il programma di sterminio […]; da un numero 3 che era solo un innocente uomo di mezzo che trasmetteva gli ordini come un postino […]; da un ministro degli esteri che sapeva poco di affari esteri e niente di politica internazionale […]; da un ministro degli interni che non sapeva nemmeno quello che era successo all’interno del suo ufficio, ancora meno all’interno del suo dipartimento, e assolutamente niente della Germania in generale (…). Se si dovesse affermare che questi uomini non siano colpevoli, sarebbe come dire che non c’è stata nessuna guerra, che non ci sono stati assassini, che non c’è stato nessun crimine”.

Nel dibattito pubblico che la vicenda Priebke ha suscitato ricorrono parole come “vendetta” o “giustizia dei vinti”. E, appunto, prescrizione. Cioè la cessazione dell’interesse di uno Stato a perseguire reo e reato. La memoria di una nazione però non si prescrive, talvolta nemmeno il diritto perché quell’interesse permane. La parola “amnistia” viene dal latino “amnestia” che a sua volta deriva a da un lemma di origine greca, composto dal verbo “ricordare” preceduto da un alfa privativo. Divieto di ricordare, quindi. In questi tempi di “pacificazione nazionale”, in cui tanto si parla di amnistia, bisognerebbe recuperare la lezione della Storia. E quel brocardo, nulla pax sine justitia.

Twitter: @Silvia Truzzi1

Da Il Fatto Quotidiano del 27 luglio 2013