La verità fa male, eccome se fa male. Anche quella a scoppio ritardato. Il ‘giallo’ sulla maglia gialla del Tour de France 1998 è stato svelato, sia pure con qualche contorsionismo formale. Alle dieci e mezza di stamattina, in una sala stampa del Senato francese e in diretta streaming, il temutissimo rapporto della lotta contro il doping che la Commissione del Senato francese voleva rendere pubblico il 18 luglio è stato finalmente svelato. Due cospicui tomi, ma quello che intriga di più è il secondo, dove sono riportati gli allegati: documenti, i testi integrali della 63 audizioni (dodici delle quali a porte chiuse), le analisi ‘retrospettive’ sui prelievi di quindici anni fa. Ci sono o no i nomi di Pantani, Ullrich, Julich e Zabel, per citare i più celebri corridori che durante il Tour de France del 1998 – quello vinto da Marco Pantani – e nell’edizione successiva del 1999 si sarebbero dopati?

Certo che ci sono. Non in un elenco tipo gli imputati di un processo: “Non siamo né poliziotti né magistrati”, ha messo le mani avanti Jean François Humbert (Ump), uno dei responsabili della Commissione, e infatti quella lista evocata dai giornali formalmente non esiste. In realtà, i nomi dei corridori che si doparono quindici anni sono accanto ai risultati delle analisi: “Non è un processo al ciclismo”, hanno voluto precisare i responsabili della Commissione, “abbiamo voluto solo dare un contributo alla ricerca della verità. E’ per questo che riteniamo sia giusto procedere su questa strada dei controlli retrospettivi. Il doping è sempre più avanti dei controllori”, hanno detto il relatore Jean Jacques Lozach, senatore socialista che ha promosso l’inchiesta, e Jean-François Humbert che ha difeso l’operato dei colleghi. Se si vuole combattere questa piaga, bisogna innanzitutto sapere. E far sapere: “Si è appena concluso il Tour del 2013. Abbiamo un buon vincitore. Le prestazioni di Chris Froome hanno sollevato dubbi e sospetti. Ma sono basati su prove non obbiettive. Alla luce degli attuali test di controllo, questi dubbi e questi sospetti non sono giustificati né legittimati. Fra qualche anno, chissà. Lo sapremo proprio con i controlli retrospettivi”. I dati biologici del passato per combattere nel futuro il doping: perché chi fabbrica le sostanze illecite è capace di inventare nuovi prodotti sempre più avanzati.

Qualcuno ha chiesto: ci saranno conseguenze nei confronti di quei corridori che allora fecero uso di Epo, visto che le controanalisi sono impossibili? “Diciamo che non vi sono sanzioni. L’interesse dei controlli retrospettivi è un’operazione-verità, ci fanno capire quale era la situazione all’interno del plotone. E‘ la questione di fondo”. E non riguarda in particolare solo il ciclismo, ma tutto lo sport. Il doping è assai diffuso, e non solo tra i professionisti. Anzi. I controlli sono stati intensificati. Ormai, la lotta antidoping è su scala europea: “Avevamo dato cartellino giallo alle autorità spagnole, anche per la scabrosa vicenda del caso Puerto. Dobbiamo dire che da qualche settimana la situazione in Spagna è radicalmente cambiata, è entrata in vigore una legge che è simile a quella francese, considerata la più severa. Sotto qualche aspetto, gli spagnoli sono andati oltre: per esempio, nelle autorizzazioni dei controlli a sorpresa di notte. “Purtroppo ci sono ancora pesci che sfuggono tra le maglie delle reti”, ma il nostro lavoro, ha detto il senatore Lozach, “serve a rendere sempre più efficaci i controlli, più mirati. Ci siamo spostati in lungo e in largo in Europa, per sensibilizzare le autorità sportive e governative. Stiamo cercando di uniformare i protocolli per rafforzare la qualità e l’efficacia delle analisi. Nel 2015 ci sarà la revisione delle leggi quadro a livello europeo, per uniformare procedure e controlli. Ma non è solo stato questo il nostro impegno. Abbiamo realizzato due forum per sensibilizzare l’opinione pubblica. Perché il problema non riguarda soltanto l’etica sportiva, ma soprattutto l’aspetto sanitario”.

“Chi si dopa è sleale. Non c’è eguaglianza tra chi usa sostanze che migliorano nettamente le prestazioni e chi non lo fa. O chi ricorre all’uso terapeutico distorto. Lo sport è l’illustrazione più completa della globalizzazione, investe la vita quotidiana, la coinvolge. Lo sviluppo dello sport spettacolo, l’afflusso di ingenti quantità di denaro in alcuni sport, quelli più mediatici, ha sviluppato la pratica del doping. Lo vediamo noi in Francia. Su diecimila controlli abbiamo avuto 200 casi positivi. Altro che lettre de noblesse dello sport! Il doping è diventato una realtà globale, con tutte le sue ombre e le sue pesanti ambiguità. Per esempio, nell’immaginario collettivo, gli atleti, a cominciare da quelli d’alto livello, sono tutti dopati. Non è vero, per fortuna c’è anche chi non si dopa. Ma la lotta contro il doping è in ritardo, mal calibrata, e molto poco dinamica. Vorremmo avere più libertà di manovra nei controlli, specie in quelli a sorpresa. Specie durante gli eventi internazionali. Come il Roland Garros. La federazione del tennis non padroneggia la lotta contro chi fa uso di sostanze illecite. Bisognerebbe condividere le competenze e le conoscenze, e combattere a fondo il traffico delle sostanze vietate”.

La commissione francese avanza 60 proposte e chiede che i finanziamenti per la lotta al doping siano adeguati alle dimensioni del fenomeno. Inoltre, chiede che le varie forze mobilitate siano più coordinate: “Abbiamo osservato una incredibile incapacità di collaborazione fra polizia, gendarmeria, dogane, giudiziaria e questo favorisce trafficanti, spacciatori e clienti. Infine, bisogna finanziare la ricerca”. Sembra l’uovo di Colombo: entrano in gioco sempre più nuovi prodotti che sfuggono ai controlli perché si è sempre indietro nell’individuarli. Omertà? Complicità? Il business del doping è miliardario, le rotte dello spaccio seguono, nei modi, quelle della droga. E’ la morte dello sport. “A forza di lavoro, sacrifici, sforzi si ottengono risultati. Il doping distrugge tutti questi valori”.

di Leonardo Coen