Mentre l’intera Eurozona è in messianica attesa delle elezioni politiche tedesche del prossimo 22 settembre, lo stato dell’arte del cosiddetto risanamento dei conti pubblici procede sempre più incerto, con tentativi di aggiustamenti marginali che non fanno che rinviare il giorno del giudizio, mentre nei singoli Paesi crescono gli ostacoli di natura costituzionale ai tentativi di incidere in profondità e retroattivamente sulle voci di spesa relative a pensioni e licenziabilità dei pubblici dipendenti. Il denominatore comune è l’assenza di un “modello di successo” nella gestione della crisi, malgrado la propaganda della Commissione europea si sforzi di affermare il contrario.

Non era difficile immaginare un simile esito, da subito: questo accade, quando 17 paesi, fortemente interdipendenti, stringono la politica fiscale in contemporanea, e i loro sistemi creditizi vengono destabilizzati da deflussi di quegli stessi capitali globali che li avevano beneficiati per anni, al punto da indurre una sorta di nirvana in cui i fondamentali macroeconomici finivano col perdere rilevanza agli occhi degli investitori rispetto all’oceano di liquidità che occulta ogni problema.

Il mito assurdo dell’Irlanda
Il primo allievo prediletto della leggenda del risanamento a mezzo di austerità è stata l’Irlanda. Il paese era stato duramente colpito dallo scoppio della bolla immobiliare e il successivo salvataggio pubblico del sistema bancario attraverso la nazionalizzazione aveva fatto esplodere deficit e debito. Dopo venne una durissima austerità, fatta di aumenti di imposte e tagli di spesa pubblica e pensioni. Il Paese oppose una strenua resistenza al tentativo francese e tedesco di imporre un aumento dell’aliquota imposta sulle società (soltanto il 12,5 per cento) che rappresenta un magnete per attirare le sedi di imprese da tutto il mondo, che spesso (come nel caso di Apple) riescono ad avere un carico d’imposta anche sensibilmente inferiore alle aliquote ufficiali. Oggi, l’Irlanda ha un tasso di disoccupazione ancora molto alto, intorno al 14 per cento, peraltro frutto di un calo nel tasso di partecipazione alla forza lavoro e di emigrazione. Il deficit resta pesante, il debito è al 120 per cento del prodotto interno lordo (Pil), che è la grandezza su cui si calcola il salvataggio sovranazionale, ma balza al 145 per cento del prodotto nazionale lordo (Pnl), che non considera i profitti delle multinazionali. Il Pil indica un boom dell’export che il Pnl semplicemente non rileva, mentre Dublino attende ancora con fiducia che il fondo Salva Stati europeo Esm si prenda in carico parte del debito causato dai salvataggi bancari.

Portogallo, l’allievo prediletto
Dopo l’Irlanda, il Portogallo era l’allievo prediletto dell’ideologia del virtuosismo fiscale. Il Paese si è trovato da subito in grave affanno fiscale, ma la vulgata del risanamento a mezzo di prevalenti tagli di spesa ha resistito a lungo. Quei tagli, tuttavia, nascondevano una realtà ben più problematica: una soppressione violenta della spesa pubblica in conto capitale, che di solito è quella che può essere più agevolmente incisa rispetto a quella corrente. Abbattere gli investimenti pubblici può essere considerato una iattura o un beneficio, a seconda che tali investimenti siano la base per la crescita di lungo periodo o voragini di spreco. La riduzione della spesa corrente portoghese è stata invece fatta soprattutto con il mancato pagamento delle mensilità aggiuntive, estiva e natalizia, a dipendenti e pensionati pubblici. La Corte Costituzionale portoghese si è messa di traverso e il governo di centrodestra è stato costretto a trovare nuove coperture, individuate a inizio 2013 in folli aumenti di pressione fiscale, con un delirante aumento di circa il 30 per cento dell’aliquota media effettiva dell’imposta personale sui redditi, frutto di addizionali a pioggia su tutti gli scaglioni d’imposta. Nel frattempo, la gravità della crisi ha causato un crollo delle entrate, inizialmente compensato con la nazionalizzazione di alcuni grandi fondi pensione. 

In simili circostanze si tende a ignorare che la spesa pubblica tende a espandersi spontaneamente per l’operare degli stabilizzatori automatici, cioè sussidi di disoccupazione e altri trasferimenti di welfare. Questo è un altro punto critico della gestione della crisi del debito dell’Eurozona. Sotto la fretta tedesca di “risanare”, il “suggerimento”, mai tuttavia elevato a precetto ufficiale per la sua impopolarità, è stato quello di sopprimere o ridimensionare gli stabilizzatori automatici: tagliare i sussidi di disoccupazione per tagliare la spesa pubblica. Ma una simile manovra, in Paesi che hanno un drammatico buco di domanda e gravissima stretta creditizia, significa porre le basi per continua a negoziare rinvii del percorso verso il pareggio di bilancio. L’ultima missione del Fondo monetario internazionale a Lisbona, a metà giugno, ha evidenziato una inarrestabile ascesa del rapporto debito-Pil, che quest’anno dovrebbe arrivare al 134 per cento: se il costo del debito pubblico eccede la crescita nominale del Pil, il rapporto debito-Pil si autoalimenta e distrugge l’economia. Il Portogallo, nei giorni scorsi, ha visto il rendimento richiesto dal mercato sui propri titoli di Stato decennali salire all’astronomico livello dell’8 per cento.

Per un paese il cui Pil è atteso contrarsi quest’anno del 2,5 per cento, il disastro è nell’ordine delle cose, ma questo è anche il problema di Spagna e Italia, che sono in condizioni più o meno simili, anche se noi abbiamo il vantaggio di un avanzo primario, non è chiaro per quanto tempo sostenibile. Anche questa è un’altra costante del processo di “risanamento” dei conti pubblici che sta mettendo una corda intorno al collo di alcuni Paesi. Come potrà il Portogallo rientrare sui mercati, a metà del prossimo anno, come previsto dal piano di salvataggio della Troika? Non potrà. Motivo per cui servirà una ristrutturazione degli aiuti ufficiali, come già fatto per la Grecia, con allungamento delle scadenze e riduzione del tasso d’interesse. Tuttavia, poiché i conti continueranno a non tornare, al paese verrà richiesto di moltiplicare gli sforzi di dismissione del patrimonio pubblico, come accaduto per la Grecia. Anche qui, poiché ha poco senso privatizzare in un paese il cui contesto economico è fortemente deteriorato e in cui il credito manca, avremo un buco di entrate rispetto alle previsioni, motivo per cui la ristrutturazione degli aiuti ufficiali, dovendo rispettare il vincolo dell’importo originariamente erogato, richiederà anche la ristrutturazione del debito pubblico portoghese, cioè un default. Ma questo metterà le banche locali a rischio di insolvenza, visto che sono piene di titoli di Stato del proprio paese.

La Spagna si è avvitata
Il drammatico processo di avvitamento verso il dissesto è ancora più chiaro nel caso spagnolo: a fine marzo, il rapporto debito-Pil del paese era all’88,2 per cento. Nel 2007, prima della crisi, era intorno al 36 per cento. Un aumento di oltre 600 miliardi di euro, frutto del crollo del gettito d’imposta, delle spese per stabilizzatori automatici e degli aiuti al settore bancario in crisi, inclusi i 40 miliardi ricevuti dall’Europa e che peseranno sul debito sovrano. Negli ultimi sei mesi il debito è cresciuto di 106 miliardi di euro. Anche qui è all’opera la regola infernale: nel 2012 il Pil nominale spagnolo è diminuito dell’1,3 per cento, mentre il costo medio all’emissione dei titoli di Stato decennali è stato del 5,5 per cento e il deficit primario del 4 per cento. Nel 2013 il Pil nominale è atteso crescere di un esile 0,2 per cento, e nel 2014-2016 del 2,5 per cento. Troppo poco, se nel frattempo il costo medio del debito non registrerà un crollo al momento improbabile.

In questi mesi si è affermata una leggenda metropolitana secondo la quale la Spagna starebbe registrando un vero miracolo delle esportazioni, grazie alla riduzione del costo del lavoro, e questo sarebbe l’inizio della riscossa del paese. Le cose non stanno così, purtroppo: con una domanda interna prostrata e un sistema creditizio occluso, l’export da solo non permetterà alla Spagna di riprendere a crescere in modo tale da rendere sostenibile il proprio debito. Questa considerazione vale anche per quanti, in Italia, sono convinti che l’export da solo possa toglierci dai guai.

L’illusione dell’export
Nessun recupero di competitività può contrastare una simile degenerazione dei rapporti di debito, soprattutto considerando che il miglioramento dei saldi delle partite correnti, per i Paesi europei in sofferenza, è avvenuto soprattutto attraverso la distruzione della domanda interna e il conseguente crollo delle importazioni. E le mie importazioni sono le esportazioni del mio vicino partner commerciale. Alcuni elementi di questa crisi (il rapporto di indebitamento) vanno a una velocità nettamente superiore a quella delle riforme di struttura: l’evoluzione converge verso il dissesto, a meno di un “qualcosa” che ripristini condizioni di crescita, cioè di sostenibilità del debito, pubblico e privato. Ad oggi, continua a non essere chiaro cosa possa essere quel qualcosa, in assenza di un enorme piano di stimolo, basato su tagli d’imposta in deficit e/o su spesa pubblica su scala continentale, una pura utopia. Se il quadro europeo resterà quello oggi in essere, sarà pressoché impossibile evitare un redde rationem sullo stock di debito, pubblico e privato, di alcuni paesi europei.

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da Il Fatto Quotidiano del 10 luglio 2013