Non mi è mai piaciuta la parola obbligo. Men che meno ora che nelle stanze del Palazzo, chi conosce poco il mondo della scuola e i nostri ragazzi, si fa paladino della riduzione o dell’innalzamento dell’età della scuola dell’obbligo. Nessuno può pensare di “legare” (etimologia del verbo obbligare) un ragazzo all’istruzione. Chi in questi giorni si fa protagonista del teatrino politico attorno a questo tema dimostra ancora una volta di non conoscere la realtà.

Scrivo queste righe dalla Sicilia, da Monreale, città dove per strada incontri ancora bambini fuggiti dalla scuola a 12, 13 anni. Basta fare un tour in alcune periferie di Palermo, Bari, Roma, Napoli o Milano per capire che in Italia stiamo perdendo i nostri ragazzi perché la nostra scuola non è in grado di dare risposte, di farsi amare dai ragazzi.

Salvatore, non ha terminato la terza media. Non ne voleva sapere di studiare. Non sa leggere e nemmeno scrivere bene. Non sa usare un computer. Ma non sa nemmeno fare un mestiere. A che serve obbligarlo a frequentare una scuola che non sarà utile alla sua vita?

La scuola non è fatta solo per i figli di medici, avvocati, notai o impiegati. La scuola dev’essere di tutti e per tutti, anche per Salvatore che se ci fosse un laboratorio di falegnameria o di cucina oggi sarebbe pronto ad entrare nel mondo del lavoro e, forse, non sarebbe fuggito dalla scuola  

Eppure in questi giorni stiamo assistendo all’ennesimo scontro poco costruttivo: da una parte il Partito Democratico con il senatore Roberto Ruta che ha proposto di alzare l’età dell’obbligo da 16 a 18 anni. Dall’altra parte il ministro Maurizio Sacconi che vorrebbe dare la possibilità ad un ragazzo di 14 anni di andare a lavorare.

Nessuno dei due, né Ruta né Sacconi, sembrano aver fatto un viaggio nelle scuole italiane. Non abbiamo bisogno di alzare o di abbassare l’età dell’obbligo ma di avere una scuola diversa che a 14, a 16 o a 18 anni, dia ai giovani una cultura di base ma anche la possibilità di imparare l’abc di un mestiere.

Abbiamo bisogno di un esercito di maestri, per parafrasare Gesualdo Bufalino, che intercetti quei ragazzini che si disperdono, che vengono bocciati, che finiscono nei corridoi delle scuole. Non basta pensare di integrare il mondo istruzione – lavoro, a 14 anni. I nostri ragazzi hanno bisogno di tornare all’apprendimento della manualità a partire dalla scuola primaria in modo che quando usciranno dal percorso d’istruzione, anche coloro che hanno fatto fatica a studiare, abbiano appreso le tecniche per lavorare.

Non serve alzare o abbassare l’obbligo d’istruzione se la nostra scuola continuerà ad essere tra le ultime in Europa ad avere le dotazioni informatiche. Pena, l’aver immesso nel mondo del lavoro giovani che saranno solo manodopera.