Negli scorsi mesi Telecom Italia – ex monopolista legale privatizzato alla fine degli anni novanta, tuttora dominante nei servizi di rete fissa, a 15 anni dalla liberalizzazione dei mercati, e operatore verticalmente integrato con la rete essenziale in rame – aveva annunciato una decisione volontaria storica, di assoluta rilevanza sia per gli assetti concorrenziali che per l’avvio di una nuova fase di investimenti a banda larga e ultra larga nel paese: lo scorporo della rete.

Si trattava di una grande novità sotto due profili. Il primo, perché si ponevano le basi per risolvere quello che, in tutti i settori a rete dei paesi OCSE, si è rivelato un ostacolo concreto ad una reale liberalizzazione dei mercati e cioè la separazione delle risorse essenziali di rete a monte dall’erogazione dei servizi a valle. Il secondo perché la separazione della rete apriva nuovi scenari dal lato degli investimenti, lasciando aperte varie opzioni sul campo, in merito alla natura della separazione (societaria o proprietaria), al grado di partecipazione della stessa Telecom, al ruolo di soggetti terzi, pubblici e privati.

Si trattava di una iniziativa unilaterale di Telecom – i Presidenti delle authorities Cardani e Pitruzzella non hanno esitato a definirla ‘coraggiosa’ e ‘storica’ – determinata, certo, dal tentativo di cancellare parte del debito attraverso cessioni, totali o parziali, della nuova società della rete, ma anche dalla dichiarata volontà di avviare nuovi piani industriali in un mutato quadro di regole (ex-post).

Tre temi sono e saranno decisivi: il tipo di separazione; il ruolo di Telecom nella nuova società; il ‘perimetro’ della separazione (dal quale, evidentemente dipenderà anche il grado atteso di concorrenza infrastrutturale). Su questi temi si è aperto il confronto tra AGCOM e Telecom.

E’ bastato tuttavia che AGCOM continuasse a fare, nel frattempo, il suo ‘normale’ lavoro regolatorio, prendendo talune decisioni sui prezzi regolati – rispetto alle quali, peraltro, rimangono intatte per gli operatori tutte le salvaguardie di legge – per indurre Telecom Italia a convocare un CDA, per deliberare un mezzo passo indietro, in ragione delle “incertezze introdotte dalle recenti decisioni dell’Agcom” che rischierebbero “di compromettere” la fattibilità del progetto di separazione della rete di accesso. Dunque, “prima di procedere ad ulteriori fasi implementative dello stesso, sia verificata la coerenza dei contenuti e del percorso regolatorio con le assunzioni alla base del progetto”.

Insomma Telecom ha fretta di sapere quale sarà il ‘dividendo regolatorio’ e vuole garanzie dal soggetto istituzionale che ha appena iniziato a valutare il progetto che non ci siano decisioni che possano introdurre ‘incertezze’.

Ci auguriamo di interpretare male il senso di queste parole e soprattutto di aver frainteso la strategia negoziale che sembra voler intraprendere Telecom. Perché messo così, questo diktat equivale ad una mancanza di rispetto istituzionale per il lavoro delle Authorities. E se fosse confermata questa impressione, sarebbe onestamente inaccettabile. In Italia, come in Europa.

Né è possibile bloccare per mesi l’Autorità a discutere di un progetto che in ogni momento potrebbe esser ritirato. Né, a maggior ragione, è immaginabile che la mera discussione possa bloccare gli attuali assetti regolatori e, in ultima analisi, il lavoro e l’indipendenza delle autorità.

E’ ovvio che un mutato contesto strutturale condurrà, ex-post, ad un mutato contesto regolatorio. E’ persino inutile ricordarlo. Va fatto ogni sforzo per accelerare i tempi, non v’è dubbio. Ma il cambio delle regole non può che avvenire dopo l’avvenuto mutamento strutturale e la verifica degli impatti.

Telecom con questa ultima mossa cerca garanzie e chiede ad AGCOM di eliminare le incertezze. Ma la vera incertezza che, purtroppo, Telecom ha messo oggi sul tavolo riguarda se stessa e il proprio piano industriale. Quando potremo dire che Telecom credibilmente darà vita al piano annunciato, se questo piano dipende dalla contrattazione continua con il regolatore? E il regolatore può accettare questa continua minaccia negoziale? (Difficile che lo faccia, a giudicare dal comportamento che tenne tanti anni fa a Bruxelles il Commissario Monti con Microsoft, perché quella vicenda la ricorda bene un altro protagonista di quei giorni, il Prof. Cardani, oggi Presidente Agcom).

Soprattutto, è il paese a non potersi permettere l’incertezza di un lungo negoziato che può sempre finire con un capriccioso ‘ok, ci abbiamo ripensato!’.

Insomma c’è un diavolo nello scorporo: portò quasi ad una crisi istituzionale e politica all’epoca del Piano Rovati; oggi rischia di trasformare in un nulla di fatto quella che fino a ieri sembrava un’opportunità per far voltare pagina al paese e recuperare il gap con l’Europa digitale.

Il diavolo è nei dettagli, ma persino al diavolo, quando compra l’anima, non basta una promessa. Vuole un contratto. E, a firmare, bisogna essere (almeno) in due.