Le banche cinesi soffrono una crisi di liquidità senza precedenti. Ma per le massime autorità di Pechino sembra esserci oggi un’ulteriore grande preoccupazione: impedire che la notizia venga enfatizzata eccessivamente. Lo si deduce dal contenuto di una circolare governativa inviata ai principali media del Paese nella quale si chiede (ovvero si ordina) in modo esplicito di evitare di fare troppa pubblicità alla “cosiddetta contrazione della liquidità” e di diffondere al contrario un’immagine più rassicurante di un sistema finanziario solido e niente affatto a corto di finanziamento. Il messaggio è stato inviato inizialmente la scorsa settimana, ma gli osservatori stranieri ne sono venuti a conoscenza soltanto dopo che il Financial Times è riuscito a ottenere una copia della missiva.

“I media devono riferire e spiegare che i nostri mercati hanno la garanzia di avere liquidità sufficiente e che la nostra politica monetaria è solida non restrittiva” si legge in uno stralcio del documento governativo diffuso dal quotidiano della City. “I mezzi d’informazione – prosegue la lettera – devono riportare in pieno gli aspetti positivi della nostra attuale situazione economica sostenendo la fiducia del mercato”. Infine, chiedono le autorità, gli stessi media “devono orientare positivamente l’opinione pubblica e dare spiegazioni pronte, accurate e con toni positivi, in merito alle misure assunte e alle informazioni ricevute dalla Banca Centrale”.

Fin qui, verrebbe da dire, nulla di strano. Quello cinese, in fondo, è pur sempre un regime autoritario e l’esercizio del controllo governativo sui media non è certo motivo di stupore. Solo che, nota ancora il Financial Times, le veline del partito rappresentano magari una costante per la stampa in generale ma sono piuttosto rare per i media finanziari del Paese. L’attenzione riservata nell’occasione a questi ultimi, verrebbe quindi da aggiungere, potrebbe evidenziare una profonda e insolita preoccupazione da parte delle autorità cinesi chiamate a fronteggiare una situazione che, almeno fino a un paio di settimane fa, aveva tutto l’aspetto di un’emergenza conclamata.

Il panico ha iniziato a diffondersi lo scorso 20 giugno quando le banche del Paese si sono trovate a far fronte a un’improvvisa carenza di liquidi. Le casse, insomma, sono rimaste momentaneamente semivuote e i tassi interbancari, cioè gli interessi caricati dagli istituti nei reciproci finanziamenti, sono saliti alle stelle (il tasso overnight è passato dal 10 al 25% tra il 19 e il 20 giugno). Un chiaro segnale di come gli istituti fossero ormai terrorizzati all’idea di prestarsi denaro tra loro, più o meno lo stesso sentimento manifestato dalle banche americane nel settembre 2008, all’epoca del crack della Lehman. L’iniziale rifiuto della banca centrale di intervenire aveva fatto temere il peggio, ma il successivo cambio di rotta annunciato il 26 giugno con la promessa di mettere in campo finanziamenti in caso di necessità ha contribuito a riportare la calma. I problemi endemici, tuttavia, sono lontani dall’essere risolti.

Il fatto è che la Cina sconta almeno tre limiti sostanziali. Il primo è che la crescita sta rallentando (7,5% nel 2013 secondo Fitch contro l’8% ipotizzato dalla stessa agenzia di rating nel marzo scorso) con il rischio di far inceppare i meccanismi più deboli del sistema. Il secondo è che la bolla immobiliare in atto ormai da anni ha alimentato una diffusione incontrollata del credito passato, ha ricordato nelle scorse settimane la stessa Fitch, dai 9 trilioni di dollari del 2008 ai 23 odierni, una crescita ben superiore a quella della stessa economia cinese (nell’ultimo quinquennio il rapporto credito/Pil, è passato infatti dal 125% al 200%). Il terzo aspetto è dato infine dalla scarsa trasparenza del sistema bancario, caratterizzato da una miriade di agenzie di credito più o meno informali e scarsamente regolamentate. E’ la vecchia e sempre attuale storia dello shadow banking, quel fenomeno che il governo vorrebbe da tempo arginare ma che forse è ormai definitivamente fuori controllo. Alla fine del 2011 le autorità di Pechino valutavano il sistema bancario ombra locale in 240 miliardi di dollari, China Union Pay, l’associazione bancaria delle carte di credito cinesi, ipotizzava una cifra circa 9 volte superiore. Lo scorso mese di maggio, JP Morgan ha alzato la stima a quasi 6 trilioni di dollari.