In poco più di un quarto di secolo, 33 morti e 40 ammalati gravi: 73 persone per le quali ora, dopo tanto tempo, si apre uno spiraglio di giustizia penale e civile. La Procura di Ravenna ha ufficialmente chiuso la maxi inchiesta sull’amianto-killer al petrolchimico Anic-Enichem. Era stata avviata quattro anni fa, quando il sostituto procuratore, Roberto Ceroni, iniziò a chiedere all’Inail un report dettagliato sulle malattie professionali degli ultimi decenni in città (156 i decessi segnalati complessivamente sul polo chimico) dopo il convegno cittadino “Dalla Mecnavi alla Thyssen”.

I pm, coordinati dal procuratore Daniele Barberini, si apprestano ora a chiedere il rinvio a giudizio di 25 indagati accusati di disastro colposo, omicidio colposo e lesioni colpose. Si tratta dei responsabili Eni e dello stabilimento al lavoro in via Baiona tra il 1957, l’anno in cui avviò le attività il colosso Anic, e il 1985: tutti hanno tra i 72 e i 92 anni e tra loro ci sono alcuni ravennati. Nel registro degli indagati (di 79 pagine l’avviso di fine indagine) risultano altre 51 persone che hanno avuto negli anni incarichi di vertice al polo chimico, ma che nel frattempo sono morte: si va da Enrico Mattei a Eugenio Cefis, da Raffaele Girotti e Gabriele Cagliari.

È la prima e unica grande inchiesta sulle morti legate al sito industriale della Romagna, che dunque, e finamente, avrà il suo processo sull’amianto. L’indagine della Procura, come si legge tra i capi di imputazione, ha permesso di accertare che al petrolchimico venivano svolti senza alcuna precauzione i lavori di coibentazione o di sostituzione delle coibentazioni stesse, nonostante i rischi, già allora noti, collegati alle fibre di amianto e al loro smaltimento. “I dati segnalarono subito il grande numero di ammalati e decessi tra la popolazione del petrolchimico riferibile alla contaminazione di amianto, che era presente a migliaia di tonnellate nel petrolchimico”, ha detto in conferenza stampa Barberini.

Ogni giorno fino a 3.500 operai erano esposti ai rischi di contaminazione, in un’area che si estendeva per oltre 25 chilometri di strade. Le cartelle cliniche recuperate nell’ambito dell’inchiesta – portata avanti con i carabinieri del Nucleo investigativo oltre che con personale Arpa e della Medicina del lavoro – hanno accertato tanti casi di placche pleuriche, asbestosi e mesotelioma, tutte patologie che fra l’altro registrano un lungo periodo di latenza. Il coordinatore della Medicina del lavoro di Ravenna, Giampiero Mancini, tra gli esperti che hanno aiutato la Procura nella maxi inchiesta (un centinaio le persone informate sui fatti sentite), assicura che però oggi il sito industriale è sicuro: “Gli operai possono stare tranquilli perché la coscienza sui rischi legati all’amianto è maturata molto nel corso degli anni e ogni giorno arrivano puntuali segnalazioni da Ausl e Arpa sui siti da bonificare”.

Nel corso delle indagini, la Procura di Ravenna ha lavorato fianco a fianco con quella di Torino, rifacendosi ad alcuni metodi di inchiesta già alla base del processo Eternit. Con una differenza: a Torino gli operai lavoravano direttamente l’amianto mentre a Ravenna era usato come materia prima per coibentare le aree ad alta temperatura.

Tra i singoli casi che in questi più hanno scosso l’opinione pubblica- e che vale la pena ricordare dal punto di vista della prescrizione (12 anni)- c’è quello di Loris Cimatti: per trent’anni manutentore (la categoria di operai emersa più a rischio) al petrolchimico e morto nel Natale 2011, a 64 anni, per un mesotelioma pleurico a un anno dai primi malori. Oppure Lorenza Bombardini, la moglie di un operaio attivo tra il 1957 e il 1990 che è morta nel 2004: aveva inalato polveri di amianto lavando la tuta da lavoro del marito. Il primo a morire, il 2 dicembre 1987, fu Ernesto Grazzini; l’ultimo è stato il 12 maggio Benito Gasperini, che aveva saputo di essere malato lo scorso ottobre.