Papa FrancescoQuando il 19 luglio 1943 Pio XII si recò tra la gente del quartiere San Lorenzo sconvolto dai bombardamenti, fu palpabile lo svuotamento del regime mussoliniano. Il papa era lì dove nessuna figura istituzionale si faceva vedere. Il leader religioso si ergeva dove lo Stato onnipotente aveva fallito e abdicato.

In questo luglio, settant’anni dopo, l’Italia non soffre di dittatura, eppure vive la differenza stridente tra il soffocante regime del non fare proprio della politica nazionale e il decisionismo lucido del papa argentino, che decapita la dirigenza compromessa dello Ior, è pronto a riformare la Curia, firma un’enciclica a quattro mani con il predecessore, preannuncia l’associazione dei vescovi al governo della Chiesa e – senza cerimonie – visiterà il luogo dove approdano e muoiono i nuovi dannati della terra.

Su una sponda del Tevere l’energia focalizzata di un settantaseienne, sotto il cui governo la Chiesa non teme di pubblicare (negli Usa) documenti che testimoniano l’ansia del futuro cardinale Dolan di salvare milioni di dollari dai risarcimenti delle vittime di pedofilia, e sull’altra sponda il vaniloquio di un regime del non fare, del dichiarare, del non decidere.
Di qua il disegno di un nuovo leader scelto con lungimiranza da un consesso di cardinali vecchi, ma con il “senso dello Stato”, di là il ballo delle larve.

Il vecchio giovane Letta che non affronta corruzione ed evasione, muto davanti alle criminali leggi berlusconiane sulla prescrizione, inerte di fronte al dramma del precariato giovanile, connivente con il ridicolo balletto sull’Imu imposto dalla demagogia pdl. La Santanchè, che negli altri Parlamenti europei non si occuperebbe neanche delle tende. I proclami vuoti di Renzi, il ragazzino che non fugge con il pallone perché buca quello degli altri. I soliloqui di Grillo. I dispettucci di Monti. La cacciata di Josefa Idem da Palazzo Chigi per irregolarità sull’Imu in contemporanea alla surreale accoglienza in Quirinale del bicondannato Berlusconi per evasione milionaria, concussione e prostituzione minorile.

Il popolo, che non è bue, se ne accorge. Si rifugia nell’astensionismo, nella protesta, nella disperazione, nell’esilio. Ma coglie al volo l’odore dell’uomo-parroco, che si mette dalla parte di chi è sfruttato, e il profumo cheap di quanti vivono nel limbo dei telegiornali e non sanno nemmeno che faccia hanno i poveri cristi.

Il Fatto Quotidiano, 3 Luglio 2013