Per molti è un esame di Stato un po’ astruso, per altri un’inutile perdita di tempo. Qualcuno è convinto invece sia una vera e propria “mina” piazzata nelle fondamenta della scuola italiana. Nome in codice “Invalsi” che sta per Istituto nazionale di valutazione del sistema educativo, quello che –  tra le altre cose – prepara i test standardizzati per valutare il livello d’apprendimento degli studenti e la qualità generale del sistema-istruzione. Innocui quiz a scopo statistico? Non proprio. Perché dietro a quel nome girano un sacco di soldi, problemi, intenti, sospetti e beghe politiche. Invalsi è ancora e soprattutto un ente pubblico commissariato da anni e nebuloso da sempre, con i suoi test detestati, i fondi che affondano, il personale precario e il tutto nella curiosa cornice di una faraonica villa del 600 a Frascati, che costa solo mille euro d’affitto ma altri 250mila in manutenzione. E tutto per 45 dipendenti, un vero affare. 

Ma a quale mondo appartiene la creatura “Invalsi”? Un tempo si chiamava Centro europeo dell’Educazione ed era una struttura burocratica e asettica, di “servizio” e uso interno del ministero. Roba ignota ai più. In un trentennio, oltre a cambiare nome, ha cambiato natura, missione e dimensione. “Ente di diritto pubblico” dal 2004, a suon di decreti ministeriali l’Invalsi diventa il perno delle politiche di valutazione della scuola e ondeggia pericolosamente tra le mani dei governi che si succedono e in continuità tra loro sognano di farne un potente strumento per la valutazione degli istituti e degli studenti nell’era in cui tutti – almeno a parole – professano l’autonomia scolastica. Ed entra così a forza nella vita degli italiani: nel 2007 arrivano, in forma sperimentale, i primi test tra le 141mila classi d’Italia, dal 2009 concorrono per legge alla valutazione degli alunni nell’esame di Stato di terza media (materie italiano e matematica e ora inglese). Nelle altre classi (II primaria, V primaria, prima media, seconde superiori) non concorrono a valutazione ma servono a fornire alle scuole dati sui livelli d’apprendimento raggiunti dai propri studenti. Questo lo stato dell’arte, perché dall’anno prossimo sembra certa l’estensione della funzione d’esame al diploma di maturità e in futuro ai test d’ingresso dell’università (al momento 12 atenei hanno aderito ai test Teco voluti all’Anvur per misurare la preparazione degli studenti del triennio e dell’ultimo anno del quinquennio).

Quanto ci costano questi test. Per le prove somministrate nel 2012 a 2,9 milioni di studenti si sono spesi 7,4 milioni di euro. Buona parte serve a pagare i “somministratori” delle prove che hanno contratti temporanei ma ben pagati: “un dirigente scolastico può integrare stipendio o pensione con 450 euro lorde al giorno, un professore laureato con 5 anni di servizio è pagato 180 euro per ogni somministrazione (classe o scuola, a seconda del profilo per cui è selezionato)”, denuncia l’Unione sindacale di base della scuola.  Il tutto per prove che, a detta degli stessi professori, sono l’esatto opposto della valutazione formativa realizzata tutti i giorni in classe. “Che ci stiamo a fare noi?”, si chiedono in tanti. Al di là dell’utilità c’è un altro problema, forse più urgente ancora: quello dei fondi. Il Miur era partito in quarta mettendo sul piatto dell’Invalsi un sacco di soldi. Nel 2005 il contributo statale era di 10,9 milioni. L’ambizione iniziale deve fare però i conti con la coperta corta elle risorse pubbliche che vengono via via ridotte. Oggi il contributo ministeriale non supera i 2,9 e da tempo l’Invalsi si tiene in vita grazie a fondi europei (PON) e progetti straordinari. Più volte l’ente ha rischiato di portare i libri in tribunale: ancora nel 2012, ad esempio, il bilancio di previsione registrava un disavanzo di competenza per 13,1 milioni cui si è fatto fronte con una quota di avanzo di amministrazione di 22 milioni di euro. Così la “creatura” del Miur, commissariata, si avvia verso il destino comune a tanti “carrozzoni” di Stato, inaugurati tra fuochi d’artificio e poi lasciati a bordo strada senza benzina e nell’incertezza totale. E ora tocca capire su quale strada marcia.

Una direzione è tutta interna alla scuola. Invalsi serve anche a valutare la qualità dell’insegnamento nelle istituzioni scolastiche. Su questo serpeggia da sempre il timore che le prove standardizzate e l’attività di osservazione della scuola da parte di Invalsi non siano asettiche, come viene ufficialmente dichiarato. Ma siano piuttosto finalizzate a stabilire un sempre più incisivo “benchmarking” (così è scritto nel piano triennale 2013-2015) tra le scuole che la politica potrebbe usare in modo strumentale per tagliare, accorpare, cancellare i rami secchi nel grande albero dell’istruzione, premiare o punire professori e dirigenti con progressioni di carriera o riconoscimenti economici. Il timore si è alimentato anche per il  fatto che “l’operazione Invalsi” coincide di fatto con la stagione dei grandi tagli alla scuola pubblica, avviata nel 2009 che ha portato alla riduzione di 8 miliardi di spesa e cancellato 130mila posti di lavoro tra personale docente e ausiliario.

Indice di questa paura è quanto accaduto a maggio, con l’ultima tornata di test, quando i sindacati di base della scuola e centinaia di professori hanno tentato di boicottare le prove. Il tentativo di “disobbedienza” è stato un flop. A Firenze, ad esempio, su 12 istituti solo uno ha rigettato il test. Che del resto divide la scuola: molti professori difendono la cultura della valutazione e pensano di poter utilizzare gli esiti delle prove Invalsi per migliorare la propria didattica, altri invece detestano e temono l’uso improprio del “quizzone” ma anche le conseguenze di un eventuale boicottaggio. “Siamo arrivati al punto in cui i test facoltativi sono resi obbligatori dagli stessi professori imponendoli come integrazione al voto”, spiega Barbara Battista, responsabile della Usb Scuola. Altri hanno attrezzato “bigini” artigianali per aiutare gli alunni a superarlo sperando così da assicurarsi un buon punteggio come classe e istituto. Non sono mancate minacce di provvedimenti disciplinari a carico di quei professori che, invece, si sono resi indisponibili a far eseguire il test.

Ma sarà un’ossessione o davvero l’Invalsi è in potenza la “macchina” che la politica vuol mettere in moto per potare la scuola? E se sì, sulla base di quali obiettivi e quale visione della scuola? L’ex ministro Profumo nella sua audizione alla Camera aveva indicato la strada entro il 2014: un primo livello di autovalutazione della scuola nel solco dell’autonomia, un secondo livello tramite valutazione esterna (Invalsi), un protocollo finale di miglioramento cui sono subordinati gli obiettivi dei Dirigenti scolastici che, in questo modo, contrattano la parte premiale del loro stipendio. Ad alimentare il dubbio anche la scelta dei vertici dell’Invalsi. Uomini del Miur? Esperti del mondo della scuola? No, da due anni a questa parte il commissario straordinario è Paolo Sestito, direttore superiore della Banca d’Italia. Non a caso, anche dentro l’Invalsi, si lamenta la progressiva trasformazione dell’ente in un’appendice del Tesoro e di via Nazionale. Senza però i benefici, visto che oltre il 50% dei lavoratori dell’ente è composto da precari, molti in servizio da oltre 13 anni e con contratto in scadenza al 31 dicembre (col rischio che l’istituto si svuoti del tutto). Nel complesso i tempi indeterminati fra ricercatori, collaboratori tecnici e amministrativi non arrivano alle 30 unità che, per valutare le quasi 10mila istituzioni di primo e secondo ciclo, un organico a detta degli stessi “decisamente sottodimensionato”.

Certo i dipendenti Invalsi si possono consolare guardando fuori dalla finestra. Lavorano nella splendida cornice di Villa Falconieri a Frascati (foto sopra), un sontuoso palazzone di fine 600 ma decisamente inadatto a sede di un ente di ricerca, con condizioni precarie anche dal punto di vista sanitario: un intero piano ha solo un bagno per quasi 30 persone, gli uffici stessi non sono a norma, tanto che è stato fatto anche un esposto alla Procura della Repubblica per prese e fili volanti, parapetti bassi, ecc). Gli ascensori non funzionano ormai da mesi e alcune stanze sono completamente inagibili perché umide o con infiltrazioni d’acqua. Mancano spazi adeguati a consentire lo sviluppo tecnologico di un ente che gestisce una enorme mole di dati. Ecco spiegata la bizzarria di un affitto di soli 1.260 euro per un immobile che vale (almeno sulla carta dell’Agenzia del Demanio) 19,9 milioni ma richiede 259mila euro l’anno in spese per la manutenzione. Le pulizie? Il costo varia tra gli 80 e i 60 mila euro. Solo il riscaldamento ne costa 40mila, mille euro a dipendente. Per fortuna il tutto è così lontano da Roma da non essere visibile agli esterni (e logisticamente scomodo per i dipendenti). E forse anche questa è una scelta precisa: meglio non far sapere che il “mostro” che fa paura alla scuola è in realtà un altro frutto amaro della politica.