Associazione a delinquere di stampo mafioso, droga e racket delle cozze. Sono le ipotesi di reato contestate a vario titolo agli esponenti del clan Taurino con base nel centro storico di Taranto, finiti in carcere all’alba di questa mattina. La Guardia di finanza al termine di un’attività investigativa durata oltre un anno ha eseguito 39 ordinanze di custodia cautelare, ma tra gli arrestati non ci sono i nomi di coloro che la Direzione distrettuale antimafia di Lecce considera i vertici dell’organizzazione criminale.

Le richieste di arresto per Ignazio Taurino e Vincenzo Cesario, ritenuti dai pubblici ministeri Alessio Coccioli e Giovanna Cannarile al vertice dell’organizzazione, sono infatti state respinte dal gip Giovanni Gallo che ha ritenuto gli elementi raccolti dai finanzieri “non sufficienti” per dimostrare la loro piena partecipazione alle attività del gruppo. Per il boss Cesario, già condannato in passato per mafia, il gip ritiene in particolare che non emergano elementi chiari per ritenere che dopo la sua scarcerazione questi “abbia assunto nuovamente le redini del clan a lui riferibile”. Il gruppo, oltre che su un capillare controllo dei vicoli del centro storico tarantino nel quale avveniva lo smercio di droga, grazie a un sistema collaudato di vedette, poteva contare anche sull’appoggio di un tecnico, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, che provvedeva attraverso una serie di dispositivi a bonificare i locali nel quale il clan usava riunirsi da eventuali telecamere e cimici installate dagli investigatori.

Il clan inoltre, gestiva durante le serate della movida tarantina in città vecchia, le postazioni abusive di venditori di bibite e panini. In quelle serate estive durante le quali i vicoli della città vecchia erano invasi da decine di migliaia di visitatori provenienti dall’intera regione, gli uomini del clan stabilivano chi poteva lavorare e pretendevano il massimo rispetto delle regole, soprattutto dagli appartenenti all’organizzazione e dai loro parenti, anche nell’occupazione dello spazio assegnato. Non solo. Offrivano garanzie per il buon andamento della serata: “Quando è qualche cosa (ovvero laddove ci dovessero essere problemi di sorta, ndr) – afferma Giuseppe Taurino, a cui era delegata la direzione degli ambulanti – mi chiamate… Stanno quattro uomini mie… se vengono chiamatemi a me, e me la vedo io… che qua devono lavorare i locali”.

Per il fratello del boss, quindi, la priorità per l’assegnazione dei posti è quella di dare spazio ai residenti della città vecchia, quartiere popolare e degradato con un alto tasso di disoccupati. Il gruppo, inoltre, era riuscito ad allungare le mani anche sulla nuova sede dell’università. Poco prima dell’inaugurazione avvenuta il 15 novembre 2011, i militari al comando del maggiore Giuseppe Dinoi, catturano una serie di conversazioni nei quali il clan pianifica le sue possibilità di guadagno attraverso la “gestione per il tramite di parcheggiatori abusivi delle aree di sosta, ma anche dagli introiti per l’affitto di posti letto e per la somministrazione di alimenti oltre che, chiaramente, per il massiccio consumo di droga che egli, (uno degli affiliati, ndr) ipotizzava gli studenti avrebbero fatto”.

“Devono spendere – spiega l’ideatore ai consociati – un euro al giorno… e sono mille euro… noi stiamo parlando al giorno, parla per una settimana” aggiungendo “a orario di pranzo, non devono mangiare quelli? Dove devono mangiare?” chiede, lasciando intendere che sarà l’organizzazione ad assicurare un punto ristoro. E infine, per sottolineare anche l’apporto agli affari illeciti che questo evento comporta, sottolinea che “gli studenti, mo te lo dico, la maggior parte, tra mille, ottocento usano la droga, ottocento usano cocaina, eroina e fumo”. E infine ci sono i ristoranti, anche situati a notevole distanza geografica dal quartiere roccaforte del clan, a cui imporre l’acquisto di cozze. Un campo nel quale il clan sembra muovere i primi passi tanto da dover chiedere aiuto a un esponente del clan Scarci del quartiere Salinella. Un’attività in cui il clan trova una serie di difficoltà, manifestando tutta la sua rabbia: “Io sono andato da quel pezzo di merda di mio zio all’Embassy – si sfoga Francesco Taurino – sono andato due volte… e l’ho fatto chiamare anche da Andrea Scarci… e non mi ha chiamato”. Uno sgarro inconcepibile secondo l’uomo: “Tutti si sono messi a disposizione e invece lui… è un pezzo di merda”.

foto da peacelink.it