Un secchio d’acqua nel gran deserto della scuola pubblica. Tra le 80 misure varate dal governo sabato scorso ci sono anche 300 milioni di euro per l’edilizia scolastica messi sul tavolo dopo che il ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, ha battuto i pugni e minacciato di lasciare il governo se ignorata. Il rifinanziamento, tramite Inail, dei fondi per la manutenzione degli edifici prevede fino a 100 milioni l’anno dal 2014 al 2016. “Un segnale importante”, ha detto il ministro all’uscita da Palazzo Chigi. Ma a conti fatti tale rischia di rimanere: un segnale. Perché a parole sono tutti d’accordo: l’edilizia scolastica, che con i suoi 43mila edifici è di gran lunga la più estesa e capillare rete infrastrutturale d’Italia, svetta in cima alla classifica delle emergenzeNell’agenda della politica però è da sempre il fanalino di coda. E allora ha senso chiedersi che peso ha la misura appena varata, se siano tanti o pochi quei 300 milioni messi sul tavolo della scuola. La risposta non è immediata perché l’anagrafe dell’edilizia scolastica che era prevista per legge dopo quasi vent’anni è ancora un fantasma e sul fabbisogno si procede per stime. Qualche ordine di grandezza lo offre una fotografia del Censis. L’istituto di studi sociali nel 2009 ha provato a calcolare quanto costerebbe sanare il patrimonio, visto che quasi metà delle scuole non dispone neppure del certificato di agibilità. Stimava allora che per metterne a posto il 7%, circa 3mila edifici, serve almeno un miliardo. E allora ecco che quei fondi annunciati in pompa magna si rivelano del tutto inadeguati al problema. Sono qualcosa, un segnale appunto, e non molto di più. Ecco quanto siamo lontani dalla meta.

L’anagrafe incompiuta da 17 anni: gli unici dati utili li fornisce Legambiente
Sono 13 anni che per avere dati sul fabbisogno dell’edilizia scolastica ci si affida ai rapporti di Legambiente. Possibile? Sì perché a ben 17 anni dalla legge che istituiva l’Anagrafe pubblica dell’edilizia scolastica (Legge 23 del 1996) i dati sulle reali condizioni in cui versano le scuole, lavorano gli insegnanti e studiano i nostri figli sono largamente incompleti. Alcuni Regioni li hanno trasmessi, altre no. E quelli pervenuti sono ormai da aggiornare. Così, si procede al buio. Qualche flash a illuminare il precipizio arriva puntuale ogni anno dal rapporto degli ambientalisti che supplisce allo Stato nel fornire una fotografia dell’esistente e delle sue condizioni fatiscenti. E sistematicamente Legambiente lancia l’allarme. L’ultimo riferisce di un 60% di edifici scolastici più vecchi di 36 anni, uno su tre necessita d’interventi urgenti di manutenzione ma negli ultimi 3 anni gli investimenti sono scesi del 20%. E ancora l’8,2% è costruito senza criteri antisismici, il 34,5% non ha il certificato di prevenzione incendi, il 42 non ha certificato di agibilità. E così via. Poi ogni tanto è dalla Protezione Civile che arriva qualche altro flash: all’indomani terremoto in Emilia si apprese che più di una scuola su tre (35%) in aree a rischio sismico non è a norma. Solo per rimettere in sicurezza quelle servirebbero tre miliardi, dieci volte la cifre presentata sabato.

Fondi a pioggia: 2 miliardi in 10 anni, ma i soldi si perdono in cantieri e burocrazia
Eppure lo Stato un po’ di soldi ne ha messi. Negli ultimi dieci anni ha iniettato sull’edilizia per le scuole 2 miliardi. Il problema è che non si sa bene dove poi siano finiti, vista la condizione in cui versano le strutture. Il meccanismo dei programmi stralcio, con fondi a singhiozzo e a pioggia alimentano una dinamica dispersiva tra il centro che eroga e la periferia che cantierizza. Tra quei mille rivoli qualcosa si perde, e non sono bruscolini. Un esempio per tutti il risultato del programma deliberato a settembre 2010 con fondi Cipe: 358 milioni e un mare di richiedenti, 1.637 convenzioni per un totale di 349 milioni. Ma dopo quasi tre anni di pagamenti, per l’avanzamento dei lavori sono stati spesi (e monitorati) solo 98 milioni. “E’ il sistema che non funzione”, ammette lo stesso ministro Carrozza. “Al problema dei fondi si aggiunge quello della mancanza di trasparenza che rende impossibile avere un dettaglio puntuale sull’uso delle risorse e aleatorio ogni tentativo di programmazione diverso dagli interventi spot che non sono mai risolutivi”, spiega Vanessa Pallucchi, tra gli autori del Rapporto Ecosistema Scuola atteso per ottobre. Anche il ministro Carrozza ha ammesso che non è più possibile andare avanti con le toppe, serve un azione di sistema. “Perché mentre noi le mettiamo, il patrimonio invecchia e i pochi fondi nazionali si sperdono in mille rivoli. Serve uno sforzo straordinario” sostiene dunque il ministro, che ha annunciato di voler bussare alla Banca Europea per gli Investimenti e la Banca di Sviluppo del Consiglio di Europa. Insomma, noi da soli non siamo in grado di salvare le nostre scuole. E molto, purtroppo dipende ancora e sempre dalla politica. Che entra e esce dalla scuola per cercare consensi, fare sgambetti, promettere impegni. Che poi non finalizza.

La beffa dell’8 per mille: no alla scuola, sì ai partiti
Nella caccia ai soldi c’è chi, inascoltato, da tempo chiede di togliere agli enti locali il tappo del patto di stabilità, almeno per gli interventi scolastici. Nulla da fare. C’è allora chi si è battuto per reperire fondi alla scuola attraverso canali alternativi di finanziamento. Ma anche qui la politica ha offerto pagine surreali. Negli ultimi giorni del governo Berlusconi, ministro Gelmini, il Pd aveva battuto il governo su un ordine del giorno che impegnava l’esecutivo a indicare la scuola pubblica come destinataria di una quota dell’8 per mille devoluto allo Stato. Il testo, su cui c’era parere contrario del governo, passò con 247 sì e 223 no. Governo battuto, evviva. Ma la battaglia è morta lì. La proposta di legge della senatrice Pd Mariangela Bastico per trasformare l’ordine in legge non è mai stata discussa. Il salva-scuola non è mai approdato in aula e ora ci riprova il deputato piemontese Davide Mattiello (Pd) alla Camera. Sembra impossibile portarlo a casa. Ma nel frattempo, qualcuno fa notare, il governo ci ha messo un baleno ha introdurre un 2 per mille per garantire tramite la dichiarazione dei redditi dei cittadini una nuova linea di finanziamento ai partiti. Con la perla, sventata all’ultimo e dopo un polverone di polemiche, di accaparrarsi anche l’inoptato.