Finalmente una buona notizia. Nel 2012 – e la tendenza sembra proseguire nei primi mesi del 2013 – in Giappone sono notevolmente diminuiti i suicidi. Almeno così annuncia il libro bianco della Polizia. La notizia è stata accolta con grande sollievo dai media nazionali e discussa perfino nei lunghi e melensi talk show mattutini, tra una ricetta di cucina e l’ultimo gossip sulla nazionale (ebbene sì, anche qui il calcio comincia a farsi largo: dopo l’Imperatore, la persona più rispettata probabilmente è Alberto Zaccheroni, ct dei “blu samurai”).

C’è addirittura chi ha attribuito la lieta notizia, e non per scherzo, all’Abenomics, il “pacchetto” di misure per la crescita dell’attuale premier Abe, che, ammesso che alla fine funzioni davvero, è destinato a produrre effetti concreti sulla vita dei giapponesi fra un paio di anni. Ma intanto, rallegriamoci per le cifre ufficiali. Mentre nel mondo i suicidi aumentano inesorabilmente (oltre un milione di casi l’anno, uno ogni 40 secondi: su scala globale, il suicidio è diventato, a seconda della fascia d’età, la seconda o terza causa di morte, ce lo dice l’Onu), in Giappone diminuiscono. Il paese resta ai primi posti, assieme a Corea del Sud, Ungheria e Slovenia, per la percentuale di suicidi ogni 100mila abitanti , ma per la prima volta da oltre 15 anni il numero totale scende sotto i 30mila: 27.858, circa 2800 meno dell’anno precedente, il 2011, l’anno della catastrofe dello tsunami, che secondo molti osservatori aveva comunque segnato una sorta di inversione di tendenza.

Di fronte ad una tragedia che ha provocato tante vittime, il valore della vita viene rivalutato. Ma forse non è così. Forse questa è una interpretazione “buonista”, o comunque di ispirazione cristiana, che fa della vita umana un bene prezioso ma “indisponibile” e che in alcuni paesi (Italia compresa) prevede addirittura il reato di “istigazione”: da 5 a 12 anni, se il suicidio avviene, da 1 a 5 se fallisce, con arresto obbligatorio in entrambi i casi. Quando lo racconto ai miei amici giapponesi, ai quali chiedo spesso conto della loro – ancorché in calo – propensione a togliersi la vita ma sopratutto ad accettare e apprezzare socialmente (al punto che le polizze vita scattano anche in caso di suicidio) il cosiddetto kakugo jisatsu (“suicidio risoluto e premeditato”, da non confondere con quello “rituale”, l’oramai estinto harakiri, o quello di protesta o per attirare l’attenzione, che spesso viene solo tentato, come avviene un po’ dappertutto), mi guardano stralunati.

Come faccio io con loro, del resto, quando percepisco che mi considerano un pericoloso, per fortuna solo potenziale, spacciatore nel momento in cui sostengo che andare in galera – in Giappone succede – per uno spinello è un assurdo e che la pena di morte, senza se e senza ma, è una barbarie. Ma torniamo ai suicidi. Perché la notizia della loro diminuzione, certamente positiva, va comunque “letta” con attenzione e, nei limiti del possible, data la difficolta di reperire dati certi e collaborazione con i vari “addetti ai lavori” (polizia, compagnie assicuratrici, autorità sanitarie) opportunamente decifrata. Intanto, è vero che i suicidi totali sono diminuiti, ma resta stabile la fascia tra i 15 e i 34 anni, con un sia pur lieve aumento tra i minorenni, 24 in più rispetto all’anno scorso.

Piccolo inciso: in Giappone la maggiore età è fissata a 20 anni, anche se per conseguire la patente bastano 18 anni (non esistono patentini moto per i 16 o 14 anni) e per essere perseguibili penalmente ne bastano 14. Ci sono stati casi di “minorenni” condannati a morte. La stabilità nei suicidi di questa fascia d’età – quella dove le motivazioni sono più legate al malessere sociale – porta ad analizzare con più attenzione l’altra, ben più sostanziosa, quella degli “adulti”, in particolare la fascia tra i 34 e i 60 anni. E’ qui che dietro l’apparente calo dei suicidi, potrebbe invece nascondersi una diminuzione degli omicidi, e delle frodi assicurative a loro legate. Un argomento tabù, in Giappone, che polizia, imprese assicuratrici e autorità sanitarie non amano affrontare, ma che rappresenta una realtà diffusa e, per certi versi sconvolgente.

“La polizia indica, nell’ordine, i problemi nella vita quotidiana, la famiglia ed il luogo di lavoro come cause principali del suicidio – spiega Jack Adelstein, un collega che da anni si occupa del “lato oscuro” del Giappone – ma lo fa solo nel 73% dei casi. E gli altri? ”Oltre un “suicidio” su quattro, secondo Adelstein che sull’argomento ha scritto un libro, resta senza una ragione. Molti altri, pur avendone e magari fin tanto di foglietto d’addio accanto al cadavere, sono comunque sospetti. “Dal 1990 sono stati accertati, e regolaremente investigati, almeno 45 casi di omicidio, originariamente rubricati come suicidi dalla polizia”. Nella maggior parte dei casi, non sono la polizia e nemmeno le compagnie d’assicurazione che, nel corso delle loro indagini, individuano il reato. Quasi sempre è l’autore dello stesso che finisce per confessarlo, magari a distanza di molti anni, grazie al fatto che in Giappone la prescrizione, per qualsiasi tipo di reato, scatta dopo 15 anni.

“Tutto questo dipende dal fatto che in Giappone solo nel 10% dei casi sospetti si dispone l’autopsia – spega Adelstein – percentuale che nel caso di apparenti suicidi scende al 5%”. Nel suo libro Adelstein cita casi che mettono in pessima luce le spesso sopravvalutate capacità della polizia giapponese (che dispone di un enorme potere coercitivo, visto che il fermo di polizia può durare 23 giorni, e che gli interrogatori, in questa fase, avvengono senza difensore). Come quello della “vedova nera” Kanae Kijima, che prima di essere arrestata e condannata è riuscita a uccidere ben tre uomini con i quali conviveva, dopo averli derubati di ogni avere e intascato le assicurazioni. “Se la polizia avesse disposto l’autopsia fin dal primo caso – sostiene Adelstein – anche uno studente del primo anno di medicina si sarebbe accorto che la vittima non si era impiccata, ma era stata strangolata”.

Dietro questo fenomeno c’è la questione delle polizze vita. In Giappone, nonostante alcuni recenti giri di vite, le compagnie di assicurazione offrono polizze relativamente a buon mercato che prevedono il risarcimento anche in caso di suicidio. Anche se la maggior parte delle compagnie, ma non tutte, chiede oggi che passino almeno tre anni dalla stipula, il ricorso al suicidio è uno dei sistemi più efficaci – e socialmente apprezzati – che un disperato ha per garantire alla famiglia una decente e onorabile sopravvivenza. Il “sistema” è talmente diffuso che tra polizia e imprese di assicurazione c’è spesso una sorta di tacita complicità: la prima tende ad archiviare il più presto possible i casi di morte violenta, le seconde preferiscono “trattare” una liquidazione per suicidio piuttosto che dover, magari dopo aver affrontato anche grosse spese legali, risarcire comunque gli aventi diritto, essendo l’omicidio, in Giappone, considerato “morte accidentale”.

Il sistema è così radicato che nonostante un recente accordo ufficiale tra polizia e imprese assicurative destinato a contrastare l’aumento delle frodi, la Corte Suprema ha ribadito che le polizze vita così concepite sono valide e vanno rispettate. “Anche nel caso ci sia stata evidente premeditazione, e che la polizza sia stata stipulata al solo scopo di incassare il riarcimento – si legge in una recente sentenza – se il suicidio è avvenuto dopo la scadenza pattuita, il diritto al risarcimento sussiste”. Lo stesso vale anche nel caso che il suicidio fallisca, in una prima fase, e la persona muoia poi a distanza di tempo per le sue conseguenze dirette. Anche in questo caso, l’assicurazione deve pagare. E’ successo a Sendai, una decina di anni fa. Tra mille sospetti, mai fugati, che anziché gettarsi dalla finestra, la vittima sia stata gettata. Istigazione a uccidere, oltre che al suicidio. Per fortuna, è in diminuzione. Domanda: ma perché non impongono alle imprese di assicurazione di cambiare le polizze, ed escludere il suicidio? “Perché il Giappone diventerebbe in un baleno come gli Stati Uniti – spiega Junko Kitanaka, medico e sociologa, autrice di vari saggi sul malessere sociale – dove i disperati, anziché suicidarsi con dignità e decoro, ammazzano gli altri”.