Manchester, primi anni Ottanta. Steven Patrick Morrissey è un giovane appassionato di cinema e letteratura inglese, in particolare delle opere di Oscar Wilde e Shelagh Delaney e che crescendo si è appassionato alla musica, attratto da quel fenomeno etichettato come “Glam”, che ha fatto la sua comparsa in Inghilterra nei primi anni ’70 grazie a band come Roxy Music, New York Dolls e ad artisti come David Bowie e Marc Bolan. La musica rappresenta per lui una vera e propria ancora di salvezza, segnato com’è dalla traumatica separazione dei genitori e da un’infanzia vissuta nella perenne condizione di recluso nella sua cameretta. Sa bene, però, che la sua vita non sarà così per sempre e, infatti, la svolta avviene nel 1982, quando conosce un giornalista musicale di qualche anno più giovane, che suona divinamente la chitarra e il cui nome, John Maher, sarà costretto a cambiarlo qualche anno più tardi, per via dell’omonimia col batterista di una punk band che si è già affermata a Manchester, i Buzzcocks: il suo nome d’arte è Johnny Marr. I due, provenienti entrambi dalla working class, scoprono di vivere in un immaginario comune, anche dal punto di vista musicale. Johnny ascolta e studia con dedizione musicisti come Howlin’ Wolf, Keith Richards e Neil Young e sviluppa una conoscenza dettagliata delle innumerevoli potenzialità timbrico-espressive della chitarra.

I tempi, il luogo e i personaggi sono quelli giusti ed è grazie al loro sodalizio che si accende una miccia nell’atavica terra d’albione, quella che permetterà la rinascita del Pop “Made in England”. È proprio nel momento in cui la New Wave Synth Pop sta vivendo la sua massima gloria quando Morrissey (cantante), Jonny Marr (chitarrista) Andy Rourke (bassista) e Mike Joyce (batterista) formano i The Smiths, un nome di basso profilo, quasi a voler sottolineare una volontà di anonima ordinarietà quotidiana bilanciata però da canzoni tutt’altro che anonime. Infatti il gruppo, nonostante i pochi anni di vita, resta fra i più amati e i più influenti per la gran parte delle band Pop britanniche. Gli Smiths irrompono come un tornado con uno stile e un sound nuovo, chitarre “Jingle Jangle” e testi colti e socialmente impegnati al “cantore della solitudine e del disagio giovanile”. A quasi 30 anni di distanza, il culto degli Smiths rimane intatto e a testimoniarlo ci sono le frequenti pubblicazioni di articoli e libri, come quello appena uscito per Arcana di Diego BallaniThe Smiths – A Murderous Desire” (386 pagg. 19,50 euro).

Diego, mi racconti cos’è che ti ha spinto a scrivere questo libro? Hai scoperto qualcosa che non era ancora stato detto su di loro?
È una cosa difficile visto che la vicenda degli Smiths, almeno in Inghilterra, è stata oggetto di studi ed è stata scandagliata sotto ogni punto di vista. Naturalmente la situazione è diversa da noi. Esistono saggi, ma mi pare mancasse un testo che facesse il punto della situazione a 25 anni dalla dissoluzione della band. Che partisse dalle origini e approfondisse il modo in cui parole e gesti si sono riverberati fino a noi. Il modo in cui la cultura pop continua ad attingere a questa manciata di canzoni. Al di là delle riflessioni personali, spero di aver dato sufficiente spazio all’attualità, di aver mostrato come l’opera di Morrissey e Marr, lungi dall’essere storicizzata, sia ancora materia viva e pulsante.

Una band che è stata sulla scena per pochi anni, ma che è riuscita ugualmente a lasciare un segno, “che ha preso per mano una generazione di bambini e ne ha fatto degli adulti”…
Ancor prima della nascita dei social network Morrissey è riuscito a mettere in rete persone accomunate da sentimenti di cui nessuno si faceva portavoce. Oggi sembra scontato farsi vezzo dei propri difetti, ma nei primi anni ’80 l’imbarazzo, la solitudine, il senso d’inadeguatezza che in giovane età può diventare insostenibile, erano oscurati da un ottimismo ottundente e pervasivo. Morrissey e gli Smiths hanno occupato per primi una terra di nessuno nella geografia Pop del periodo, aiutando molti dei propri fan ad accettare la propria condizione. In questo senso li hanno letteralmente presi per mano e condotti verso l’età adulta, senza suggerire risposte, ma insegnando loro a porsi le giuste domande.

Qual è l’aspetto che più ti ha colpito di questa band?
Da ammiratore, direi il legame unico con i fan, un’adorazione ai limiti del morboso che nel corso degli anni è stata fonte di infiniti aneddoti. Come “studioso” degli Smiths, sono invece rimasto colpito dal mix di sentimento, pragmatismo e incoscienza che ha caratterizzato i loro cinque anni di attività. Oggi che i grandi fenomeni pop sembrano frutto di un’attenta e studiata coreografia, sarebbe impensabile che una band virtualmente senza struttura come quella possa arrivare a tracciare un solco così profondo.

C’è secondo te una band, oggi, che può paragonarsi per lungimiranza e spessore agli Smiths?
Se per “oggi” intendiamo una band nata negli ultimi 4-5 anni, credo di no. I motivi sono molteplici. È il ruolo stesso della musica Pop a essere stato ridimensionato, a essere diventato mero intrattenimento, o al più giochino cervellotico. La facilità e la velocità con cui si consumano i fenomeni musicali fa sì che il loro impatto culturale e sociale sia sempre più marginale. A questo meccanismo si sono adeguati gli artisti, che hanno rinunciato a farsi portavoce di un messaggio, e gli ascoltatori, che hanno smesso di attendersi che una canzone o un album cambi loro la vita. Non sono pessimista, sono convinto che siamo in una fase di passaggio e che le cose cambieranno. Per lo meno quando questo sistema, sempre più frenetico, finirà per collassare.

Consiglieresti oggi a un giovane di ascoltare gli Smiths?
Certamente. Innanzitutto perché potrebbe trovarci le radici della musica che ama, vista la loro capacità di influenzare artisti della più varia estrazione. In secondo luogo perché costituiscono un vero e proprio universo, una ragnatela di miti e riti in cui è facile rimanere invischiati. Infine perché al netto della retorica, delle pose, delle esternazioni a effetto e delle manie da star di Morrissey, gli Smiths sono stati i portavoce di un messaggio positivo e universale, che non passa mai di moda e che ha dato il titolo a uno dei loro primi brani: “Accept Yourself”.