Chissà cosa avrebbe detto Bolaño della bolañomania che si è scatenata dopo la sua morte. Forse avrebbe ripetuto una frase che usava per descrivere il suo rapporto con la politica: «Quando vedo che tutti sono d’accordo su qualcosa, sento un non so che, a pelle, che mi dà il rigetto». Ma non tutto il male viene per nuocere: anche se lo scrittore cileno non assomiglia all’avatar postumo costruito dall’industria culturale, soprattutto americana, almeno le sue opere continuano a essere tradotte e pubblicate. Per la gioia dei lettori, che non hanno colpe in questa operazione.

E’ più importante trovare in libreria Un romanzetto lumpen, che Adelphi ripropone in una nuova traduzione (di Ilide Carmignani), che contestare una mitologia, ridicola come tutte le mitologie. Gli scrittori, alla fine, vivono così: non di leggende, ma di rilanci. E solo questo conta.

Il libro, l’ultimo che ha pubblicato in vita, ha un’origine curiosa: quando Random House chiede agli autori latinoamericani di scegliere una città europea in cui ambientare un racconto, Bolaño pensa a Roma. Nasce così l’unico romanzo di ambientazione italiana, una piccola meraviglia da non perdere (il film, Il futuro di Alicia Scherson, è adesso nelle sale).

La meraviglia sta nella voce adolescente della protagonista, nella percezione stravolta delle cose, persino della luce («Di colpo la notte smise di esistere e fu un continuo di luce e di sole»). Bianca, improvvisamente orfana, si ritrova a vivere con il fratello. Per mantenersi lascia la scuola e lavora come parrucchiera. La sua esistenza è scandita soltanto dalla tivù, finché non arrivano in casa sua due amici del fratello, senza nome (il bolognese e il libico), con cui lei va a letto indistintamente («aprivo la porta a uno degli amici di mio fratello, con la luce spenta e gli occhi chiusi, perché non volevo assolutamente sapere chi era, e facevo l’amore meccanicamente»). Ma questo è solo l’inizio del suo futuro, vuoto. O inesistente, come la cassaforte che i suoi due amanti – ridotti dall’indifferenza a uno – la costringono a cercare a casa di Maciste, un ex culturista, un ex attore, ormai vecchio e decaduto e soprattutto cieco come l’esistenza di Bianca, che vede luce ovunque. Un eccesso di lucidità che la ottenebra. Ma la sua vita da prostituta è così: ambigua come il confine fra la notte e il giorno.

Un inizio che ricorda Il giardino di cemento di Mc Ewan, una giovane prostituta che ricorda L’amante della Duras, ma Bolaño è grande proprio perché non ricorda niente e nessuno. Non ne ha bisogno, lui. Aderisce semplicemente allo sguardo della protagonista, facendoci brancolare nel buio o in una luce che non esiste, come lei.