Vacanze estive per meno della metà degli italiani quest’anno a causa della crisi, che impone un budget di spesa troppo ridotto o non consente di staccare dall’attività lavorativa. Senza dimenticare chi, al contrario, ha dovuto prendere giorni di ferie “forzate” perché le imprese, non volendo licenziare, sono costrette a chiudere per più tempo le proprie attività. Il risultato? Secondo un sondaggio Confesercenti-Swg ci sono cinque milioni in meno di vacanzieri rispetto al 2012 con ripercussioni sul settore alberghiero, dove i lavoratori da gennaio a maggio di quest’anno rispetto al 2012, spiega Federalberghi, sono calati del 4,7%, con un -4,6% di dipendenti a tempo indeterminato ed un -4,9% a tempo determinato. Un crollo occupazionale che spinge il presidente Bernabò Bocca a chiedere “la proclamazione di uno stato di crisi occupazionale per il settore”.

Rispetto al 2012, quando andava in vacanza il 66% della popolazione, salgono di otto punti coloro che gettano la spugna. Complessivamente la vacanza degli italiani vale quest’anno 24,5 miliardi di euro con una spesa media a persona di 961 euro, inferiore ai 1056 euro di prima del 2008. A causa della crisi economica, quindi, saranno solo 25 milioni e 700mila le persone che non rinunceranno ad un periodo di riposo e svago. Così se nel 2010 la percentuale dei vacanzieri sfiorava l’80%, quest’anno frana al 58%.  E chi andrà spenderà meno rispetto al passato e quasi 6 milioni e mezzo saranno in vacanza per meno giorni rispetto allo scorso anno.

E anche agosto, il mese da sempre più gettonato per le vacanze, segna una flessione nelle preferenze degli italiani passando dal 55% del 2012 al 52% di quest’anno. Sale di ben 4 punti invece l’opzione per giugno e di due quella per luglio, mesi premiati evidentemente per la convenienza economica. Si impenna dal 39% al 44% il numero di coloro che giudica determinante il reddito disponibile per programmare le vacanze e un italiano su due (esattamente il 53%) lega la rinuncia alla vacanza al fatto che non se la può permettere.

La vacanza, inoltre, con l’incombere della crisi, sta progressivamente perdendo la sua principale caratteristica: quella di uno stacco netto con l’attività lavorativa. Non è casuale allora che aumenti di tre punti (dal 4 al 7%) la pattuglia di coloro che non si concedono un periodo di riposo perché inchiodati al posto di lavoro. E sono un vero e proprio esercito di quasi 10 milioni di italiani quelli che si portano in spiaggia o nei boschi il computer per lavorare o leggere la posta.

Ferie “forzate” a causa della crisi – Emerge anche un nuovo e preoccupante fenomeno: ben il 20% del campione intervistato (mille maggiorenni) dichiara che nel corso dell’anno ha dovuto prendere giorni di ferie “forzate” a causa delle difficoltà delle imprese, che non vogliono licenziare ma sono costrette a chiudere per più tempo le proprie attività. Il nodo del lavoro accompagna dunque le famiglie italiane nel difficile tragitto della crisi, senza pause, neppure quella estiva a chiudere per più tempo le proprie attività.

Crisi del settore alberghiero – “Il crollo di quasi il 5% di lavoratori, tra occupati a tempo indeterminato ed a tempo determinato – spiega il presidente di Federalberghi – rappresenta un danno incalcolabile innanzitutto per quei lavoratori e le loro famiglie alle quali viene meno oltre al lavoro una indispensabile fonte di reddito, che si rovescia sull’economia nazionale con un conseguente calo dei consumi. Quanto ai risultati delle presenze alberghiere -aggiunge Bocca – continua la tendenza di un turismo a due velocità, con gli italiani in costante frenata e gli stranieri in crescita, anche se spinti da tariffe al ribasso”.

“In queste settimane, peraltro – sottolinea – sono in corso gli incontri con le rappresentanze sindacali dei lavoratori per il rinnovo del Contratto nazionale di categoria e siamo tutti impegnati nella ricerca di una strategia comune volta a salvaguardare i dipendenti ed a sviluppare la capacità competitiva delle imprese”. Ma, aggiunge Bocca, “da soli, imprese e sindacati, non ce la possono fare. Da qui la nostra richiesta della proclamazione di uno stato di crisi occupazionale per il settore, per ottenere da governo e parlamento quei puntelli senza i quali lo svuotamento dei reparti nelle varie imprese turistiche potrebbe divenire un pozzo senza fondo”.