Gli attacchi, le minacce. Le telecamere oscurate. E pure il sondaggio varato ieri sul blog, “per assegnare il microfono di legno alla rete più faziosa, al direttore di rete più schierato, al conduttore di talk show più in mala fede. A voi il giudizio”.

Beppe Grillo alza il tiro contro i nemici di (quasi) sempre. I giornalisti. Della radio, della carta stampata. E più ancora della tivù, che “è morta” però serve ancora (per questo ora i Di Maio ci vanno).

Grillo sbaglia, non solo per i toni. Così agendo e urlando, permette a troppi giornalisti improponibili di recitare la parte dei “martiri” vessati da un nuovo Berlusconi. Ovviamente l’editto bulgaro non c’entra nulla, ma il problema esiste. Ancor più se i toni vengono ripetuti da alcuni parlamentari 5 Stelle, come sembrava aver fatto ieri la deputata Laura Castelli, che prima ha detto in aula “Io a questi attori sì che darei l’olio di ricino” e poi (dopo le polemiche forzate) ha specificato: “Non c’è nessun riferimento ai giornalisti (..) Il riferimento all’olio di ricino riguardava quelle ditte di mafia che inquinano gli appalti per la Torino-Lione”.

L’incomunicabilità tra Grillo e media (italiani: a quelli stranieri si concede) sembra totale. E’ sempre stato così? No. Gli attacchi sono in parte calcolati e in parte istintivi. Da un lato Grillo usa l’attacco ai “pennivendoli” per titillare la pancia del suo elettorato. Inveendo sul giornalista, rafforza cinicamente il climax creato durante i monologhi. Il “dagli al cameraman” cementa l’appartenenza dello spettatore, peraltro conscio di come quella posizione (69esima) della stampa italiana nella classifica della libertà di informazione non sia casuale.

Grillo incarna la rabbia di molti italiani nei confronti di una stampa troppo spesso asservita. Ma non è solo questo. Se un politico navigato è arrabbiato, si sfoga in privato. Grillo, no: scrive un post o si incazza sul palco. Nella sua ritualistica consolidata c’è anche una sorta di ostentazione della luna storta: il video del “chi non è con me fuori dalle palle”, l’attacco a Rodotà. Poi magari cinque minuti dopo se n’è già pentito, però nel frattempo l’attacco (sbagliato) è già stato vivisezionato dall’esercito trasversale dei nemici. Il Grillo politico è in qualche modo “bipolare”. Anche con i giornalisti. C’è il Beppe ameno che scherza con la inviata de L’Ultima parola, durante lo Tsunami Tour, rimproverando bonariamente Gianluigi Paragone per le cover musicali; e c’è quello che chiama Formigli “Vermigli” e sfancula Agorà. Oppure se la prende per le violazioni della privacy compiute da Ballarò.

Grillo non ha mai amato le critiche. E questo è male. Ma è ancora più sconfortante che le critiche subite siano troppo spesso colpevolmente in malafede, esasperando così un carattere di per sé allergico al contraddittorio.

In questi anni il giornalismo italiano ha dato il peggio di sé proprio parlando di Grillo e M5S, talora inventando le notizie di sana pianta e spesso utilizzando due pesi e due misure: la carezza quando si parla di centrosinistra e centrodestra, la bastonata a prescindere quando c’è da infierire sul “grillino”. In Italia l’informazione “libera” è quella che attacca il M5S di default: il resto viene dopo. Molto dopo. Grillo non aveva brutti rapporti con la stampa durante la sua fase di controinformazione nei Palazzetti. Erano i giornalisti, più che altro, a non cercarlo quasi mai. Nel 2000, durante il tour Time Out, si dilungava nei camerini per confrontarsi su ambiente, politica ed economica. Poi gli capitava di commuoversi pensando all’amico Fabrizio De André. Il suo concetto di intervista era già allora assai personale: chiedeva che si ascoltasse il testo del suo spettacolo, per poi aggiungere chiarimenti extra. Più che domande e risposte, erano monologhi saltuariamente interrotti.

Fino al 2005, Grillo era raggiungibile. Con la nascita del blog cambia quasi tutto. Riscopre l’interesse (non immediato) dei media. E inizialmente gli piace. Quando L’Espresso lo intervistò, tramite il sottoscritto, si premurò che l’articolo “uscisse bene. Sai, è da tanto tempo che l’Espresso non mi cerca”. Per la cronaca, il settimanale reagì all’idea di intervistarlo con un significativo: “Ma perché? Grillo fa ancora qualcosa?” (così l’illuminatissimo capocultura Wlodek Goldkorn).

Dal 2007, con il primo Vaffa-Day, il rapporto si complica. Grillo blocca alcuni libri su di lui; prima accetta e poi rifiuta un’intervista con Alessandro Gilioli ancora dell’Espresso; dedica il secondo V-Day ai giornalisti (“servi”). E comincia a concedersi con il contagocce. Un po’ perché intende sfruttare il ruolo del Don Chisciotte malmostoso e un po’ perché rimane scottato dagli attacchi che gli grandinano addosso. Probabilmente non se li aspettava: non così tanto. Se per molti versi ama colpire anzitutto i “finti amici” della sinistra, al tempo stesso il napalm degli Scalfari lo rabbuia. La guerra è con loro, con intellighenzia e mezzibusti vicini al Pd, perché le mitragliate delle D’Urso le dà per scontate mentre altre no. E a quel punto se la lega al dito. I Floris, i Vianello, le Annunziata. Se ne ricorda: “Faremo i conti”, “Siamo gandhiani ma vi faremo un culo così”.

La sua permalosità, tanto negata quanto evidente, è poi figlia di una caratteristica specifica: Grillo è intimamente convinto di operare per una sorta di bene supremo collettivo. Crede veramente in quello che fa.

Glielo riconosceva anche Giorgio Gaber, che non a caso Grillo cita spesso. Gaber non amava il linguaggio greve del comico, ma – avendoci lavorato insieme – ne sottolineava anche in privato il talento artistico e la brutale onestà intellettuale (che vuol anche dire non avere filtri. E dunque inciampare più di altri in autogol).

Poiché convinto del “giusto agire”, Grillo si comporta con i media come un massimalista che non capisce perché gli altri non lo capiscano. E reagisce azzannando. Negli ultimi anni ha rilasciato poche interviste: a Stella, a Travaglio, a Liuzzi, Iacoboni. Parentesi sempre più sporadiche in una guerra di trincea contro anzitutto chi riteneva potesse essere dalla sua parte. E dalla sua parte, proprio, non è.

 

il Fatto Quotidiano, 5 giugno 2013