E’ stata la terza notte di scontri quella appella trascorsa a Istanbul e ad Ankara, dove la polizia è tornata a disperdere i manifestanti in piazza per contestare il governo di Recep Tayyip Erdogan, islamico moderato, al potere dal 2002. Uno dei manifestanti feriti gravemente negli scontri degli ultimi giorni, Ethem Sarisuluk, raggiunto da un colpo di pistola alla testa, è in stato di morte cerebrale, ha annunciato il segretario della Fondazione turca per i diritti umani Metin Bakkalci

Proteste contro Erdogan – Da una manifestazione pacifica per contestare l’abbattimento di una vasta area verde a Istanbul in vista della costruzione del terzo ponte sul Bosforo, la protesta ha infatti assunto un carattere più squisitamente politico, con uno “tsunami” che ha coinvolto 67 città e con i contestatori che si sono rivolti direttamente a Erdogan definendolo un “dittatore” e chiedendo le sue dimissioni. “Dittatore, dimettiti! Noi resisteremo fino alla vittoria”, hanno urlato i manifestanti mentre continuavano gli scontri con le forze dell’ordine che, secondo dati ufficiali, hanno portato al ferimento di 58 civili e 115 agenti. Un numero decisamente più alto per le fonti mediche di Ankara, che parlano di almeno 400 civili feriti. Il premier nega però che si possa trattare di una “primavera turca”, ovvero ai movimenti che hanno portato alla caduta di diversi regimi autoritari nei paesi arabi. 

Le proteste sono arrivate fin quasi sotto le finestre del premier Erdogan. La polizia turca ha usato i gas lacrimogeni contro alcune migliaia di manifestanti che si stavano avvicinando all’abitazione del capo del governo, nel quartiere di Besiktas, sul Bosforo. Sono stati caricati dalle forze anti-sommossa, che hanno usato anche gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. A Smirne i manifestanti hanno attaccato la sede del partito islamico Akp del premier lanciando bottiglie incendiarie. Anche nella terza città del paese ci sono stati duri scontri con la polizia. I duri scontri degli ultimi tre giorni e la situazione di alta tensione nel paese hanno fatto registrato un forte calo della borsa di Istanbul, a -6,43% alla riapertura questa mattina, e della lira turca, scesa al livello più basso da un anno e mezzo rispetto al dollaro.

Arresti e tensioni – La polizia, secondo i dati del ministro degli Interni Muammer Guler, ha arrestato più di 1700 persone. Nonostante la maggior parte degli arrestati sia poi stata rimessa in libertà, il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz ha sottolineato via Twitter che “la severità con cui la polizia ha risposto alle proteste” in Turchia “è assolutamente sproporzionata e non potrà che condurre all’allargamento delle proteste”. Secondo il ministro Guler, infatti, negli ultimi 4 giorni ci sono state 235 manifestazioni di protesta in tutto il Paese.

Ad alimentare la tensione anche gli ultimi divieti draconiani imposti da Erdogan sul divieto di consumo di alcol e alle misure tese a snaturare sempre più l’impostazione laica data alla Turchia dal padre della patria, Mustafa Kemal Ataturk. In quello che sembra un bollettino di guerra le autorità aggiungono che quasi 100 veicoli della polizia, 94 negozi e decine di auto sono state danneggiate da venerdì, per un totale di 8 milioni di euro di danni. Nonostante l’alta tensione nel paese, il premier Recep Tayyip Erdogan, si è recato per una visita ufficiale di tre giorni nel Maghreb e ha lasciato Istanbul a fine mattinata, dopo avere lanciato un appello alla calma. Erdogan ha anche accusato il movimento di protesta di avere “collegamenti esteri” e di essere organizzato da “gruppi estremisti”. Il premier, che ha tenuto tre discorsi pubblici in tre giorni, ha respinto le accuse di essere “un dittatore” e ha invitati i manifestanti a “non cadere in questi giochi” perché, ha spiegato in un discorso televisivo, sono condotti da una frangia estremista.

La protesta su Facebook e Twitter – Sui social network continuano a circolare foto e video sulla feroce repressione da parte della polizia turca della protesta negli ultimi giorni. I manifestanti, che chiedono le dimissioni del premier, denunciano la censura esercitata nei confronti del movimento di protesta da parte delle principali tv turche, che accusano di obbedire alle direttive del governo, e affermano che i collegamenti con internet spesso vengono interrotti nelle aree in cui l’uso eccessivo della forza contro i manifestanti è stato criticato dalla stampa internazionale e da molte capitali estere. Secondo Amnesty International cinque delle centinaia di feriti sono in pericolo di vita.

Ben poco, comunque, si è visto di questa protesta sui media turchi, in particolare sulle emittenti televisive, mentre un ruolo determinante nel diffondere le informazioni in merito lo hanno avuto i social network, definiti da Erdogan “la peggiore minaccia della società”, dove è possibile trovare “le bugie migliori”. Il ministro degli esteri Ahmet Davutoglu ha anche dichiarato che le grandi manifestazioni antigovernative e in molte altre città del paese “nuoceranno alla reputazione” della Turchia. Davutoglu ha chiesto ai manifestanti di interrompere il movimento, affermando che la protesta “non porterà alcun beneficio, anzi nuocerà alla reputazione del nostro paese, ammirato nella nostra regione e nel mondo”.