Per alcuni sono i salvatori dell’economia dopo la crisi; per altri sono la prosecuzione della politica con mezzi finanziari e rappresentano interessi opachi. Si tratta dei fondi sovrani e quello cinese, ovviamente, è il più discusso di tutti. Si chiama Cic, ovvero il China Investment Corporation, è l’enorme portafoglio da cui la Repubblica popolare attinge per portarsi a casa asset strategici, materie prime e tecnologie. Ora, il fondo sovrano da 480 miliardi di dollari è senza presidente. Da tre mesi. E c’è il sospetto che il ruolo presidenziale sia di fatto un calice avvelenato a causa di bilanci non esattamente in ordine.

Cic transit gloria mundi. Con una dotazione iniziale di 200 miliardi di dollari, il fondo sovrano cinese è stato creato nel 2007 su impulso del Ministero delle Finanze proprio con la missione di diversificare parte delle immense riserve valutarie in investimenti più retributivi rispetto ai buoni del tesoro americani. E oggi ci riguarda da vicino. Attualmente un terzo degli investimenti del Dragone all’estero si riversa su Paesi europei. E, secondo un recente rapporto della società di private equity A Capital citato dal Wall Street Journal, lo scorso anno le attività di fusioni ed acquisizioni cinesi in Europa sono cresciute del 21 per cento. Sono così arrivate a un totale di oltre 12,6 miliardi di dollari.

La Cina ha acquistato parti del colosso tedesco del cemento Putzmeister e del produttore di cereali inglese Weetabix. Ma il fondo sovrano cinese – nello specifico il China Investment Corp., che vanta riserve sempre più importanti grazie ai ricavi derivanti dalle esportazioni – ha acquisito anche pacchetti azionari di minoranza in infrastrutture importanti come l’aeroporto londinese di Heathrow. Del Cic si è parlato – ma mai in maniera definitiva – anche per le grandi opere italiane come il ponte sullo stretto di Messina, o per infrastrutture come il porto di Taranto. Ma per quanto riguarda l’Italia le acquisizioni poi effettivamente andate in porto coinvolgono per lo più piccole e medie imprese dalle quali i cinesi si aspettano di acquisire alta tecnologia e brevetti, prima ancora che dividendi.

Bene, da circa tre mesi, ovvero da quando Lou Jiwei – l’ex presidente che aveva contribuito a creare il fondo sovrano nel 2007 – è stato promosso ministro delle Finanze, la carica di presidente è vacante. I nomi di candidati possibili compaiono e scompaiono dai giornali cinesi, mentre gli altri posti chiave legati all’economia sono già stati tutti assegnati. Qualcuno sospetta che il ruolo presidenziale sia di fatto un calice avvelenato a causa di bilanci non esattamente in ordine. “Quelli con le giuste qualifiche non vogliono il lavoro. Coloro che vogliono il lavoro non hanno le giuste qualifiche”, ha dichiarato al Financial Times un dirigente della Cic che ha preferito rimanere anonimo.

Il punto è che due tra le prime operazioni del fondo sovrano – le partecipazioni nella banca d’affari americana Morgan Stanley e nel fondo Blackstone – si sono tradotte in enormi perdite con la crisi finanziaria del 2008. Anche altri investimenti in immobili e in acquisizioni sarebbero, dicono voci di corridoio, mezzi fallimenti. Per questo motivo, al di là delle bocciature incrociate all’interno dei palazzi del potere, alcuni dei candidati avrebbero gentilmente declinato l’offerta della carica. Tra questi ci sarebbe Yi Gang, vice governatore della Banca centrale e Tu Guangshao, vicesindaco di Shanghai e nome che, almeno sulla carta, metterebbe d’accordo tutti.

“Nel settore del private equity siamo tutti in attesa di una risposta. E aspettiamo già da diversi mesi”, si sarebbe sfogato a condizione di anonimato un dirigente di private equity con un giornalista del quotidiano di Hong Kong South China Morning Post. “È incredibile che non ci sia nessuno, nemmeno un nome provvisorio, che presieda uno dei più grandi fondi sovrani al mondo”.

di Cecilia Attanasio Ghezzi