“Grazie per questa scommessa sull’Italia”, diceva lo scorso dicembre l’allora premier italiano Mario Monti alla presentazione del piano di sviluppo dello stabilimento Fiat di Melfi, sottolineando che “quello che vediamo qui oggi scioglie ogni dubbio sull’impegno del Lingotto in Italia”. Sei mesi dopo, però, è stato necessario un altro incontro tra l’azienda torinese e il governo, nel corso del quale l’amministratore delegato Sergio Marchionne ha confermato “gli impegni per il Paese”, anche se continuano a crescere le preoccupazioni sulla volontà del manager e della famiglia Agnelli di traferire il quartier generale negli Stati Uniti.

Non solo. Fiat Industrial, che controlla Iveco, sta preparando lo sbarco a Wall Street della Fi Cbm Holdings Nv, la nuova società olandese che nascerà dalla fusione con Cnh (controllata olandese della famiglia Agnelli per le macchine agricole). E nel prospetto preliminare per la quotazione presentato dall’azienda c’è anche l’ipotesi di trasferimento della sede fiscale in Gran Bretagna. Di italiano sembra quindi esserci poco nei nuovi progetti del gruppo, anche se dal meeting odierno tra il ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato e Marchionne sono trapelate le solite belle, ottimiste e patriottiche parole.

“Fiat ha confermato l’intenzione di non chiudere alcuno stabilimento italiano e il mantenimento degli attuali livelli occupazionali nonostante la fase di forte difficoltà che il mercato dell’auto sta attraversando a livello nazionale ed europeo”, ha fatto sapere Zanonato, che ha definito “confortanti” gli impegni e gli atteggiamenti di Marchionne. Per questo motivo la riunione “è stata l’occasione per avviare un percorso di collaborazione tra l’azienda torinese e il governo sul fronte della tutela e del rilancio del comparto automobilistico italiano”. In tal proposito, prosegue la nota del ministero, il presidente John Elkann e Marchionne “hanno illustrato al ministro i positivi margini di crescita che l’azienda può ottenere sui mercati extra Ue, in particolar modo in America Latina e in Cina”.

Non si è fatta attendere la reazione dei sindacati. “Negli incontri tra il governo e Marchionne serve meno reverenza, occorrono fatti, accordi scritti”, ha avvertito il leader della Fiom, Maurizio Landini. E ha aggiunto: “Mi auguro che questo governo non segua la strada dei precedenti, la vera novità sarebbe arrivare a incontri con accordi”. Lo stesso Zanonato aveva detto nei giorni scorsi di aspettarsi da Marchionne un chiarimento sulle “intenzioni che ha rispetto alla presenza di Fiat in Italia”. Ma i dubbi restano.

Quello di oggi, d’altronde, non è il primo incontro tra l’azienda torinese e il governo che si è concluso così, con tante parole generiche e nessun annuncio concreto. Lo scorso settembre era durata più di cinque ore la riunione a Palazzo Chigi con il vertice della società, durante la quale il Lingotto si era impegnato a “salvaguardare la presenza industriale in Italia con un modello di business che privilegi l’export” e aveva confermato l’intenzione di investire in Italia “nel momento più idoneo”, senza però parlare di cassa integrazione oppure ammortizzatori sociali in generale.

L’esito inconcludente dell’incontro di settembre aveva fatto scattare una pioggia di critiche. “Nonostante gli sforzi del governo mi pare che il problema Fiat rimanga del tutto aperto”, aveva detto l’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, chiedendo di allargare il confronto con i sindacati. Sulla stessa linea d’onda era intervenuto anche l’attuale viceministro dell’Economia Stefano Fassina (Pd), chiarendo che “l’incontro non ha dato risposte ai principali problemi aperti e le nubi sul futuro dell’automotive in Italia restano minacciose”.