Quasi sei milioni di disoccupati alle fine del 2012, la peggiore cifra nella storia di Madrid. Una cifra che supera, conti alla mano, la popolazione di 15 Paesi europei, dall’Irlanda a Cipro, dal Lussemburgo alla Norvegia. In un’Europa alle prese coi giovani e l’occupazione, dove si soffre la mancanza di lavoro, però alle parole non seguono i fatti. Ne sa qualcosa Diego Martínez, trentenne spagnolo, considerato il miglior giovane fisico europeo dalla Società europea di fisica. Martínez, che ha studiato all’università di Santiago de Compostela, lavora all’Istituto olandese di Fisica nucleare e insegna all’università di Amsterdam, anche se passa la maggior parte dell’anno facendo ricerca al Cern di Ginevra. Da una parte ha ricevuto il titolo di miglior fisico dall’Europa, dall’altra la Spagna lo ha rifiutato: la sua domanda al Ramón y Cajal, un programma di ricerca che facilita il ritorno dei migliori scienziati con una borsa di studio di cinque anni, è finita nel cestino. Respinto da Madrid per “un basso profilo internazionale”.

Il caso, in tempo di crisi, tagli a educazione e ricerca, e cervelli in fuga, ha fatto subito il giro del Paese. E l’ufficio svizzero di Martínez è stato subissato di telefonate. “La cosa peggiore è che non mi hanno inserito nemmeno nella lista dei candidati idonei”, ha spiegato sorpreso. “So che la situazione in Spagna non è rosea, ma un Paese che non ha risorse naturali né personale specializzato, cosa può offrire? Come può tentare di risollevarsi all’interno di questa economia globale?”, si chiede il fisico iberico. Diego Martínez fa riferimento all’alta professionalità di giovani colleghi che hanno dovuto lasciare il Paese, come lui. “In Spagna manca una relazione con l’industria. Ad Amsterdam invece c’è uno stretto rapporto tra studenti e grandi imprese”.

Ma se è così perché tornare in Spagna? “Bisogna chiarirlo: il fatto che un giovane ricercatore passi alcuni anni all’estero è una cosa comune e importante per la formazione. Poi però il ricercatore dovrebbe avere anche la possibilità di tornare a casa, quando ci si stanca di fare gli emigrati. Nel mio caso a Santiago o in qualche altre parte della Spagna. Anche in Italia non mi spiacerebbe. In un posto dove non ci sia così freddo”, ride il giovane fisico. “Ma nessuno dei due Paesi sembra dare grandi possibilità”. Martínez non si rassegna e ha già pensato di ritentare: rimandare il curriculum al programma di ricerca spagnolo, tra uno o due anni. Forse allora non sarà più considerato un ricercatore di “basso profilo internazionale”.