Per i pm è una fucina di acciaio e reati. Per il governo è l’ennesima soluzione da trovare. L’ultima di una lunga serie, che inizia nel 1994, quando l’Iri gestita da Romano Prodi svende l’ex Italsider alla famiglia Riva. E continua fino cinque mesi fa, quando il governo Monti emana il decreto Salva Ilva, frapponendosi come uno scudo tra i Riva e la magistratura. Gli interventi dello Stato sono stati molti, e sempre vantaggiosi per i Riva, ma loro cos’hanno dato in cambio? Stando alle accuse, la famiglia ha incassato vantaggi e restituito trucchi e omissioni. In altre parole: reati gravissimi. Eppure, proprio grazie allo Stato, avevano concluso il loro più grande affare.

L’Italsider nel 1993 produce 12 milioni di tonnellate di acciaio all’anno e conta debiti per 7mila miliardi di lire. Romano Prodi – che sta privatizzando l’Iri – decide di dismetterla: crea la “Ilva Laminati piani”. E lascia i debiti nella vecchia Italsider che diventa una bad company da mettere in liquidazione. L’Ilva ripulita da Prodi è un gioiello: fattura in media 100 miliardi di lire al mese. I Riva se l’aggiudicano per 1.649 miliardi. Con l’Ilva acquistano anche debiti finanziari – per 1.500 miliardi e saliamo, quindi, a circa 3mila miliardi – ma la fabbrica vanta un fatturato di 9mila miliardi l’anno. L’acciaieria, per i Riva, è un affare che si ripaga quasi all’istante. Il gruppo chiede allo Stato, senza ottenerlo, anche uno sconto di 800 miliardi di lire perché l’industria è troppo inquinante: è necessario investire per ammodernarla. Quel che conta però – come racconta Gianni Dragoni nel libro Ilva. Il padrone delle ferriere – è che la società Riva Fire, finanziaria che controlla l’Ilva – s’arricchisce in pochi mesi: passa dall’utile (consolidato) di 157 miliardi del 1994, ai 2.240 miliardi del 1995. L’utile netto sale da 112 a 1.842 miliardi di lire. Quando il gruppo Ilva entra nella Riva Fire, i bilanci di quest’ultima, in soli 12 mesi, schizzano in verticale.

Perché riepiloghiamo una storia di vent’anni fa? Per collegarla alle indagini di questi giorni. A distanza di due decenni, ecco come il gruppo Riva ha ripagato lo Stato: portando i suoi soldi all’estero. Lo spiega la procura di Milano che, pochi giorni fa, ha sequestrato al gruppo Riva 1 miliardo e 200 milioni di euro. Gli atti parlano chiaro: è stato “trasferito all’estero denaro”, e con esso “strumenti finanziari”, finiti in 8 società off shore. Il tutto è riconducibile a “tre operazioni di partecipazioni industriali conseguenti all’acquisizione dall’Iri”. Avete letto bene: tutte conseguenti all’acquisizione dell’Iri”. Soldi che finiscono in otto trust, fittiziamente intestati, che agevoleranno il “riciclaggio e il reimpiego” del denaro.

Ma non è finita qui: quando il governo Berlusconi, nel 2009, vara il decreto sullo scudo fiscale, per il rientro agevolato dei capitali esteri, gli otto trust legati ai Riva fanno rientrare il tesoro. C’è un piccolo dettaglio: ne approfittano in modo illegale. I beni erano intestati ad Adriano Riva, che è però cittadino canadese e, quindi, non può usufruire dello scudo fiscale. Così li intestano fittiziamente a Emilio Riva che, per questo, è anch’egli accusato di trasferimento fraudolento di valori. Nel frattempo – sempre con il governo Berlusconi – entrano nella cordata che rileva Alitalia: anche in questo caso, come per Italsider, lo Stato crea una bad company e affida la parte sana ai privati. Paradosso: negli atti di Milano si legge che, due mesi fa, i commercialisti dei Riva “trasferivano parte dei soldi di Orion Trust” [una delle otto società off shore, ndr] per “sottoscrivere un prestito obbligazionario”. Emesso da chi? “Da Alitalia per il valore di 16 milioni di euro”. Lasciamo perdere il profilo finanziario e passiamo a quello industriale: negli atti della procura di Taranto si contano ben 34 omissioni, tutte relative alla sicurezza e all’ambiente, e il modello organizzativo implementato dai Riva è considerato una fucina di reati. Non solo: è una “concausa” della morte di tre operai. E il disastro ambientale? Oltre 100 decessi causati dall’emissione di polveri sottili e 2mila capi di bestiame abbattuti per la diossina. Ricordate che i Riva avevano chiesto allo Stato uno sconto di 800 miliardi di lire perché ritenevano la fabbrica troppo inquinante e il suo ammodernamento eccessivamente oneroso? Per anni trattano con lo Stato sui protocolli d’intesa, che la magistratura definisce “una colossale presa in giro”. Il risanamento operato dai Riva, in realtà, è considerato dai pm “un’opera di maquillage”. Dai protocolli d’intesa si passa all’Autorizzazione integrata ambientale del 2011: un avvocato dell’Ilva, intercettato con Fabio Riva, dice “l’abbiamo scritta noi”. Nonostante l’abbiano scritta loro, pochi mesi dopo il governo Monti decide di modificarla: concede una nuova Aia nell’ottobre 2012. Niente da fare: “Allo stato – scrive la procura di Taranto – non si ha evidenza di alcuna iniziativa intrapresa dalla società al fine di ottemperareledisposizioni”. Il26 luglio 2012, il Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri sequestra l’area a caldo dell’acciaieria. Il 26 novembre sequestra 1,8 milioni di tonnellate di acciaio. L’Ilva minaccia la chiusura e Taranto sprofonda nel panico.

Lo Stato ancora una volta accorre in soccorso dei Riva: il governo Monti – esautorando l’autonomia della magistratura – emana la legge Salva Ilva che consente al gruppo Riva di continuare a produrre e vendere acciaio. A scapito della salute di operai e cittadini. Due giorni fa l’ordine di sequestrare alla Riva Fire 8,1 miliardi di euro necessari “per effettuare tutte le opere di risanamento ambientale”. Sabato il cda dell’Ilva, per tutta risposta, annuncia le sue dimissioni. Obbligando lo Stato – che nel 1995 affidò ai Riva il ricco affare Ilva – a intervenire ancora in loro aiuto.

di Francesco Casula e Antonio Massari

da Il Fatto Quotidiano, 27 maggio 2013