Si intitola Dagger Moth, il disco d’esordio della chitarrista e cantante Sara Ardizzoni, che dopo una lunga trafila in varie band del circuito indipendente, dal luglio 2012 ha deciso di mettersi in proprio, sperimentando sul palco da sola, divenendo una one-woman-band insolita, con chitarra elettrica, voce ed elettronica, che miscela loop, noise e melodia in bilico fra caos e struttura. Dopo aver testato il set solista in location diversissime fra Italia e Croazia, esibendosi in locali, house concert, festival e teatri, il “bruco” (Moth) ha impiegato due anni per trasformarsi in farfalla. Il risultato è questo disco che ha una sua stimolante originalità e che comunica un senso di inquietudine e disturbo che ben si accordano alle immagini della suggestiva copertina a opera di Davide Pedriali. A impreziosire il disco, composto da 12 brani, hanno contribuito le collaborazioni di Giorgio Canali (CCCP, PG3R) e Joe Lally dei mitici Fugazi, band cult post-hardcore di Washington che il bassista formò insieme con Ian MacKaye.

Sara mi parli del tuo background artistico?
Al contrario di quanto faccio ora, ho sempre portato avanti varie band contemporaneamente (anche tre alla volta), pur non avendo fatto della musica il mio lavoro. E ho militato parecchio attivamente in progetti molto eterogenei in quanto a influenze musicali. Nei Pilar Ternera, per esempio, facevamo un pop piuttosto sbilenco e onirico; nei Pazi Mine, progetto che da duo si tramutò in quartetto, facevamo musica con derive sperimentali e una forte componente improvvisativa. Ho collaborato anche con una band dalle influenze prevalentemente punk-rock, le Sorelle Kraus. Tutte formazioni ora in stand by e che immagino non siano particolamente note sulla “scena” nazionale, ma importantissime per lo sviluppo del mio persorso musicale e della mia apertura mentale. Parallelamente poi mi ha sempre appassionato l’idea di lavorare a delle colonne sonore; in passato l’ho fatto spesso, suonando dal vivo per spettacoli teatrali, di recente invece ho lavorato alle colonne sonore per un paio di cortometraggi.

Come nasce la tua passione per la chitarra?
È una passione legata soprattutto agli ascolti felicemente ‘subìti’ in famiglia durante l’infanzia e all’interesse che aveva instillato mio padre aggirandosi per casa con la sua chitarra… interesse che ci ha messo qualche anno per venire a galla ma poi, una volta emerso, è rimasto indelebilmente. Anzi ha quasi subito preso i contorni non di un semplice passatempo ma di qualcosa che ‘dovevo’ fare, che sentivo molto profondamente, in maniera a tratti terapeutica, e più vado avanti più peggioro! Oltre che un fondamentale mezzo espressivo è anche un bel giocattolo in sé, mi diverte sperimentare un po’ col suono e con tecniche varie. Va poi detto che, visti certi gusti e influenze, ho sempre gravitato in ambienti ‘prettamente maschili’ ed essendo io una figura magari un po’ ‘insolita’ – rispetto a quello che molti si aspettano da una ragazza che suona la chitarra elettrica – ho accumulato una folta aneddotica in merito, a partire dal classico ‘però, suoni bene per essere una ragazza’… e così via, tra il serio e il faceto, matte risate.

Mi spieghi la scelta di intitolare il tuo disco d’esordio Dagger Moth?
Quando cercavo un nome da dare al progetto ho iniziato a esplorare ipotesi che riportassero a un’atmosfera piuttosto notturna, e banalmente ho indagato anche il versante entomologico. Il nome di questa specie, mi piaceva anche per l’accostamento tra le due parole (moth è falena e dagger pugnale) che evoca un contrasto interessante, magari anche sgradevole, tra qualcosa di etereo, leggero e qualcosa di penetrante, incisivo e violento, creando un immaginario dai contorni non nitidi. Stesso contrasto che ho voluto riproporre con le immagini dell’artwork.

Sei soddisfatta del tuo primo lavoro?
Pur essendo una perenne insoddisfatta d’indole, diciamo che sì, posso ritenermi soddisfatta… è il primo disco a cui lavoro in completa solitudine, senza avere un confronto diretto con altre teste in merito ad arrangiamenti, testi, suoni e non c’ero affatto abituata. Quando si è soli a decidere su tutto il dubbio di essere alle prese con qualcosa di assurdo che sta per deragliare è sempre dietro l’angolo. Ma alla fine penso che questi 12 brani mi rappresentino molto bene, e questa era l’ambizione maggiore. Mi piace molto la varietà, ho sempre amato dischi e artisti che sanno raccontarsi con linguaggi anche molto diversi, pur lasciando trasparire una personalità forte e ben identificabile; anche in questo album volevo raccogliere brani che avessero un timbro ben diverso uno dall’altro, ma che fossero legati da un filo rosso comune, un’atmosfera, una percezione… lascio che sia l’ascoltatore a individuarlo. Sono estremamente felice di aver avuto sul disco i contributi di alcuni cari amici che stimo moltissimo: Giorgio Canali, Joe Lally, Alfonso Santimone (del Collettivo Gallo Rojo), Luca Bottigliero (dei Mesmerico, One Dimensional Man, Lucertulas). Esser riuscita a fare praticamente tutto da sola, anche dal punto di vista logistico e promozionale e di essere davvero ‘indipendente’ credo stia dando i suoi primi piccoli, ma importanti frutti.

C’è un artista che ammiri particolarmente e a cui ti ispiri?
Ce ne sono tanti, ma proprio tanti a cui mi ispiro… e non solo musicisti, anche ‘persone normali’, ci sono perfino luoghi. Se dovessi dirti un nome solo sceglierei Marc Ribot, è un chitarrista che fin da quando ero ragazzina mi ha aperto un mondo; per tornare al discorso della varietà, ecco lui è un musicista che sa raccontarsi con un tocco molto caratteristico e sempre riconoscibile attraversando stili e suoni diversissimi. L’ispirazione va comunque sempre di pari passo con l’idea che ci sia un ‘percorso’ da fare, con umiltà e onestà intellettuale, sono cose che reputo fondamentali.

Mentre molti chitarristi accentuano il valore del virtuosismo, dall’ascolto dell’album sembra invece che tu voglia metter in primo piano la tua personalità. È così?
Trovo che il virtuosismo fine a se stesso sia totalmente insignificante, salvo rari casi in cui certe acrobazie vengono usate con totale autoironia, allora si entra nella modalità ‘circo’ che va benissimo. Penso, ad esempio, a certi funambolismi di Steve Vai, che però in quanto a ironia, non a caso, è cresciuto sotto l’egida di Frank Zappa… Ma chi non ha nulla da dire e inanella una serie di esercizi in fila non mi interessa granché. Poi certamente la ‘tecnica’ di per sé mi affascina perché penso sempre che possa essere utilizzata come mezzo espressivo ulteriore, e più strumenti hai per dire qualcosa meglio è, no? Poi si può fare anche un brano con un accordo solo dall’inizio alla fine e non è poi così semplice. Ad ogni modo, non mi ritengo tecnicamente superlativa, quindi mi fa piacere se per lo più emerge un linguaggio personale, lo scopo dovrebbe essere quello, sempre.

Questo invece è un tributo di Sara ai Pink Floyd: