Il banchiere più potente degli Stati Uniti vince la battaglia con gli azionisti ribelli e mantiene la doppia poltrona alla guida di Jp Morgan. Solo il 32,2 per cento dei soci ha appoggiato la mozione che puntava a separare il ruolo di presidente e amministratore delegato per Jamie Dimon. La vittoria del banchiere è quindi ancora più netta dell’anno scorso, quando il 40 per cento degli azionisti si era schierato a favore di un presidente indipendente. L’esito del voto è stato accolto a braccia aperte a Wall Street, dove il titolo ha reagito schizzando del 15,67 per cento a 39,5 dollari per azione, avvicinandosi a segnare un nuovo record.

Alcuni azionisti avevano chiesto la separazione degli incarichi per limitare il potere di Dimon dopo il maxi buco da 6 miliardi di dollari provocato dalla divisione di Londra della banca per scommesse troppo azzardate sui derivati e tenuto poi nascosto dall’istituto. E avevano sottolineato che, da allora, molti “ossi duri” hanno lasciato la banca, lasciandola di fatto nelle mani di Dimon e di alcuni giovani dirigenti che non sono in grado di “tenerlo a bada”. Ma l’ultimo re di Wall Street, come è stato soprannominato dal Financial Times, ha superato anche questa prova. 

E non è un caso. I membri del board della banca hanno infatti portato avanti una vera campagna per evitare la divisione dei ruoli di amministratore delegato e presidente. Il cda, guidato dall’ex amministratore delegato del colosso petrolifero Exxon Mobil, Lee Raymond, ha ridotto lo stipendio di Dimon di oltre il 50 per cento a gennaio, facendogli portare a casa “soltanto” 11,5 milioni. E ha fatto pressing sui soci segnalando che Dimon doveva mantenere entrambi gli incarichi, perché era la soluzione più profittevole per la banca. Non solo. Dimon, 57 anni, aveva avvisato che, se avesse dovuto perdere una delle due poltrone, avrebbe lasciato la banca, guadagnandosi così i voti di chi temeva una crisi dell’istituto in sua assenza.

Il banchiere, noto ai piani alti dei grattacieli di Wall Street per la sua fastidiosa arroganza, ha infatti guadagnato rispetto nell’ambiente per avere fatto emergere Jp Morgan a testa alta dalla crisi finanziaria, continuando a portare avanti acquisizioni e investimenti mentre i concorrenti lottavano per sopravvivvere. Arrivando così a chiudere il primo trimestre del 2013 con utili in rialzo del 33 per cento grazie al buon andamento della divisione di investment banking. Al punto da essere definito il “banchiere più famoso d’America” da alcuni guru del mondo degli affari come Warren Buffett, Jack Welch, Michael Bloomberg e Rupert Murdoch.

Ma, finiti i festeggiamenti, Dimon dovrà affrontare i problemi con la giustizia. Jp Morgan, prima banca americana per asset, ha avuto parecchi attriti con le autorità negli ultimi mesi, incrinando i rapporti con la legge che erano già molto tesi da quando si è fatto luce l’anno scorso sul maxi buco della banca. L’istituto guidato da Dimon, nipote di immigrati greci a New York, è infatti al centro di inchieste da parte di almeno otto diverse agenzie federali americane, sospettata perfino di essere a conoscenza della truffa di Bernard Madoff ai danni degli investitori ben prima che il caso scoppiasse e di non avere allertato le authority con la dovuta celerità. Altre inchieste riguardano la manipolazione del Libor, i controlli sul riciclaggio di denaro e irregolarità nei mutui e nei pignoramenti.