Lotteranno fino alla fine, come si conviene quando c’è di mezzo un pezzo di legalità da difendere, ma la partita appare persa. La giunta per le elezioni e le immunità parlamentari del Senato – organismo particolarmente delicato in questa legislatura perché da lì passeranno le prossime richieste dei magistrati per i futuri tasselli dei processi che riguardano non solo Silvio Berlusconi, ma anche Denis Verdini e molti altri indagati/imputati illustri a Palazzo Madama come Roberto Formigoni – potrebbe avere un presidente leghista.

Alla fine, nonostante la battaglia condotta da Sel, che avrebbe voluto alla presidenza Dario Stèfano, quella poltrona è a un passo dal finire nelle mani di una finta opposizione, il Carroccio appunto. Che, in quanto astenuto sul voto di fiducia al governo Letta, un voto che al Senato vale come contrario, è considerato opposizione, quindi con le carte in regola per ambire alla presidenza della giunta. Salvo colpi di scena (auspicabili, ma difficili), questa sera la Lega potrebbe già avercela fatta.

Il candidato alla carica è Raffaele Volpi, senatore molto vicino a Giancarlo Giorgetti (il “saggio” leghista alla corte di Napolitano con idee di correre come segretario nel prossimo corso della Lega), ma soprattutto uomo di Roberto Calderoli; l’autore del Porcellum ne seguirà da vicino i primi passi. Lo vuole Berlusconi. Il segretario della Lega, Roberto Maroni, ha infatti fatto sapere ai diretti interessati (Berlusconi, Verdini e, appunto, Calderoli) di voler rimanere estraneo alla lotta per la conquista della poltrona; Volpi, dopotutto, non è uno dei suoi. Difficile capacitarsi di una simile débâcle, soprattutto dopo quanto avvenuto, poco più di dieci giorni fa alla Camera, quando Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia è diventato presidente dell’omologa giunta a Montecitorio.

Eppure, anche in questo caso, come in quello precedente, da parte del Pd non c’è stata alcuna levata di scudi. Anzi. La presidenza della giunta per le immunità è stata trattata all’interno del pacchetto delle presidenze spettanti alle opposizioni (le cosiddette commissioni di garanzia) insieme al Copasir e alla Vigilanza Rai.

Il raggiungimento dell’obiettivo giunta, da parte della Lega, nasce da lontano. E grazie alla sagacia e alla conoscenza dei regolamenti di Roberto Calderoli. Fu lui a suggerire a Maroni di far astenere i senatori leghisti sul voto al governo, proprio per non rompere l’asse con il Pdl, ma in modo da essere considerati opposizione al momento della divisione delle poltrone “di garanzia” delle commissioni. Per Berlusconi, infatti, è fondamentale avere il controllo della giunta.

Calderoli, dunque, promise al Cavaliere che avrebbe fatto il possibile per spuntarla. “Abbiamo fatto anche noi il possibile – racconta, non senza amarezza, un senatore del Gruppo misto, vicino a Sel – ma ci siamo trovati davanti a un accordo granitico fatto da Calderoli e Berlusconi a cui il Pd ha deciso di soggiacere. E non riusciamo a capire perché”.

Inutile, infatti, inneggiare all’incandidabilità di Berlusconi, come nei giorni scorsi ha fatto più volte il Pd con Luigi Zanda, quando poi una battaglia così importante come quella della giunta per le elezioni non viene portata avanti con convinzione. Il malumore nel Pd, comunque, è molto alto. Questa mattina ci sarà l’ultima riunione dei democratici, quella definitiva, per cercare di evitare che il gruppo si spacchi al momento del voto, cosa che appare invece inevitabile.

Quel che temono, però, sia i democratici sia il Pdl, è che alla fine, in caso di grosso caos nel Pd, la presidenza possa finire (alla quarta votazione, cioè quando cala il numero dei voti necessari) nella disponibilità dei grillini, in particolare di Vito Crimi, capogruppo M5S al Senato. Una vera beffa per il Cavaliere che non lo perdonerebbe mai al Pd. Con conseguenze sul governo. Non di forma, stavolta, ma di sostanza. La battaglia, al momento, appare persa. A meno di uno scatto d’orgoglio finale del Pd che, però, non pare nell’aria.

Da Il Fatto Quotidiano del 21 maggio 2013