Vent’anni fa in Cina c’erano 50mila corsi d’acqua, ognuno che copriva un’area di circa 100mila kmq. Oggi, secondo il primo censimento nazionale delle acque  il numero dei fiumi si è pressoché dimezzato. I funzionari imputano questo risultato ai cambiamenti climatici, senza però metterlo in relazione all’azione umana.

Secondo le spiegazioni ufficiali del Governo, la sparizione dei corsi d’acqua dalle mappe e dai registri nazionali è dovuta sia ai “cambiamenti climatici” che a “stime imprecise”. Questa è la spiegazione di Huang He, vicedirettore del Ministero per le risorse idriche che afferma che “i precedenti dati erano frutto di mappe topografiche incomplete risalenti agli anni Cinquanta”.

Dubbiosi gli internauti, sempre più attenti alle questioni che riguardano l’ambiente. In questi giorni su Weibo, il Twitter cinese, rimbalza una vecchia mappa dei corsi d’acqua dell’area della città di Qingdao. Non c’è dubbio che la descrizione topografica del bacino idrico della regione sia estremamente dettagliata e che oggi l’acqua è stata sostituta da tessuto urbano e infrastrutture. Certo è solo un esempio, ma anche se questa spiegazione fosse vera per ogni altro luogo della Cina la gravità della situazione è inconfutabile. Il deserto del Gobi avanza di 3600 kmq ogni anno, una superficie poco maggiore di quella della Val d’Aosta. Un quarto del territorio cinese è ormai desertificato, 400 milioni di persone – poco meno di un terzo dell’intera popolazione del paese – combattono quotidianamente con la carenza di acque e l’erosione dei suoli con il risultato che i terreni improduttivi sono sempre di più. Tradotto in moneta sono circa 800 milioni di euro che si perdono ogni anno.

E questo nonostante i piani delle autorità cinesi. Gli esempi più eclatanti sono la grande muraglia verde, un colossale progetto ecologico lanciato nel 1978 che prevede la riforestazione del 15 per cento del territorio cinese entro il 2050, e la diversione delle acque da nord a sud, altra follia ideata dallo stesso Mao Zedong che prevede di incanalare i grandi corsi d’acqua come il Fiume Giallo e quello Azzurro per creare un bacino d’acqua fresca che possa un giorno dissetare la megalopoli di Pechino. 

E sicuramente anche il riscaldamento globale non aiuta a risolvere il problema. Ma il punto tutto cinese delle questione è che il governo, imputando la desertificazione ai cambiamenti climatici e potendosi vantare di questi colossali progetti, di fatto discolpa se stesso. Come se la cattiva gestione, la mancanza di controlli sull’estrazione delle acque sotterranee e il rapido sviluppo non fossero le cause più probabili della sparizione dei fiumi. Peter Gleick, presidente del Pacific Institute e esperto di risorse idriche, lo ha spiegato bene in un intervista all’Atlantic. “Il cambiamento climatico è una vera minaccia per le risorse del mondo […] ma, vista la rapida crescita della popolazione e dell’economia cinese, è molto più probabile che la ‘sparizione’ dei fiumi sia collegata direttamente all’estrazione incontrollata e insostenibile di acqua a fini industriali e agricoli”. Inoltre, fa notare l’esperto, la legislazione sulle risorse idriche in Cina permette di sfruttare liberamente le falde acquifere con la sola eccezione di non meglio specificati “grandi progetti” che devono ottenere i permessi. E questa mancanza di regolamentazione ha portato a un sovrasfruttamento dell’acqua dolce sotterranea. 

Insomma, il fatto che negli ultimi trent’anni la Cina abbia prosciugato la metà delle sue risorse idriche è un dato di fatto come il fatto che nel frattempo si è trasformata nella seconda potenza economica del globo. E non è un caso che nell’Indice delle prestazioni ambientali stilato nel 2012 dall’Università di Yale, l’ex Impero di mezzo sia agli ultimi posti (116esimo su 132 paesi) proprio nello sfruttamento delle falde acquifere.

Cecilia Attanasio Ghezzi