Giornalisti? “Molti giornalisti si occupano di cultura privilegiando innanzitutto i rapporti di amicizia, le case editrici e i giri di potere legati a gruppi di pressione. Credo che il mondo del giornalismo culturale sia profondamente viziato. Il giornalista non dovrebbe utilizzare il ruolo che ha all’interno delle redazioni per ottenere e distribuire favori”. Non è Grillo che parla, ma Piero Dorfles, per anni alla conduzione dei servizi culturali del Giornale Radio Rai al Festival del giornalismo culturale a Urbino. Festival che se non fosse per la presentazione dei libri di Corrado Augias e di Concita De Gregori sarebbe terminato in un flop, in un parlottio fra quattro giornalisti, alimentato solo dall’Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino. L’ennesima fabbrica di disoccupati in una Italia che rimane indietro anche nella salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali, benché deteniamo il 60 per cento del patrimonio mondiale. Augias ha annunciato che dopo dodici anni lascerà la trasmissione “Le storie”, con uno share vicino al milione e mezzo di telespettatori, proprio durante l’orario di punta dei telegiornali. Ma è ormai conclamato il declino delle pagine culturali sia in tv e radio sia sui giornali locali, mentre resistono, per ora, quelle sui giornali nazionali. Un lento e progressivo decadimento che rischia di trascinare giù anche gli inseriti culturali dei grandi giornali. Un’apparente contraddizione davanti al nostro eccezionale e inestimabile patrimonio. Di cui si è taciuto per anni di fronte al degrado, alle ruberie e allo svilimento del nostro patrimonio. Pure il nuovo governo se ne frega. Ma nella dura requisitoria, Dorfles cade pure lui nel vezzo di una cultura elitaria, considerata un bene per pochi: “Veltroni, in letteratura non vale un granché, sopravvalutato forse per il potere della politica! Quasi nessuno lo ha detto”. Forse è vero, ma debbono scrivere solo gli eccelsi? Dimentica, però, che sono i lettori che decidono e non gli eletti. E sarà pure vero che “Faletti non è Proust”, come dice Dorfles, e allora? Possono pubblicare solo gli inestimabili cultori della letteratura? Potranno finire nel cestino i testi di bravi scrittori o giornalisti che, però, non hanno le sponde giuste? Possibile, purtroppo, ma se non privilegiamo i lettori, la selezione sarà fatta da piccoli oligarchi della cultura. Il web può superare la barriera delle grandi case editrici, benché possa drasticamente diminuire il livello di qualità.

Le pagine culturali, è pure vero, sono cambiate negli anni: da cultura a società e spettacoli, a vita e arti nel Pais in Spagna. La cultura, se raccontata bene, non è impoverimento, ma divertimento e un modo accattivante di raccontarla, si differenzia Lucia Magi dello spagnolo El Pais. Una volta la cultura era una cosa aulica, precisa Lee Marshall, di Condé Nast. A Urbino, dunque, è stata scattata una fotografia sull’editoria, non solo italiana ma europea.

Tuttavia non si è chiesto il vero motivo della crisi della cultura in Italia. Basterebbe, forse, raccontare la bellezza del nostro Paese, senza tante masturbazioni mentali: non per pochi eletti ma per tutti. Dire semplicemente quello che si vede, si legge e si ascolta. Perché il turismo culturale sta crescendo e chi rischia di non accorgersene sono proprio i giornali e il governo, che ha declassato le biblioteche pubbliche, togliendo 13 milioni di euro, da 40 a 27.

La cultura non è fatta solo da musei, che incassano in Italia solamente 100 milioni di euro, rivela Giuseppe Roma, direttore del Censis. E gli italiani non sono nemmeno un popolo di ignoranti, come si dichiara nella vulgata popolare. Benché siamo il Paese che legge meno in Europa, quello che fruisce meno di cultura nel vecchio continente, ma in soli pochi anni le persone che vanno a cercarsi le notizie sul web sono passate dal 5 per cento al 20 per cento. Primum vivere deinde philosophari, potrebbe dire qualcuno di fronte alla crisi economica. Ma la cultura è andare a vedere una mostra, passeggiare fra vecchie vie e addentrarsi in antichi palazzi, ammirare il paesaggio, gustarsi la gastronomia locale. Ma se distruggiamo il nostro patrimonio ambientale e culturale, valorizziamo le risorse del nostro territorio, le pur ottime mostre non serviranno a granché. E bisogna ricredersi: con la cultura “se magna”, eccome.