Aspetta, aspetta, hai sbagliato! – spiega con l’espressione seria, un bambino al compagno, dopo averlo trattenuto per il braccio – Siamo a cinquantotto, cinquantanove… e sessanta. Tondi, tondi”. Sì, il “gioco” è bello, sentito, mutuato dal film di Marco Tullio Giordana, ma quando si hanno dieci anni ci sono anche altre priorità oltre a una precoce passione civile. Una di queste è la pasticceria, quindi giusto fare una pausa durante il percorso. “Oramai ho capito che noi siamo il sessantesimo passo – interviene la proprietaria del negozio – Tutti i giorni decine di ragazzi fanno lo stesso rito”, camminano e contano. Camminano e contano. “E quando passano davanti a noi urlano il numero”. Siamo poco oltre metà della strada. A sinistra c’è la casa Impastato, mentre dall’altra parte del marciapiede, a “cento passi” (reali), spicca l’inquietante abitazione del boss Tano Badalamenti, mandante dell’omicidio di Peppino, da tempo requisita, ora assegnata alla fondazione intitolata all’ex militante comunista.

“Ogni mese accogliamo almeno cinquemila studenti, non solo siciliani” racconta Giovanni Impastato, fratello e memoria storica della famiglia. Vuol dire sessantamila l’anno. È un pellegrinaggio laico, tra una via lunga, lunghissima, con palazzetti non troppo alti, al massimo due piani, costruiti per non disturbare l’atterraggio degli aerei. Qualche albero, spoglio. Negozi alternati a bar. In fondo il Municipio, dalla parte opposta la chiesa, come la più classica delle geometrie urbanistiche. Non è un set. Ad accogliere i visitatori non ci sono cittadini locali vestiti con la coppola, magari in nero, una lupara a tracolla, lo “scacciapensieri” tra le labbra, o un distintivo con su scritto “mafioso”. Eppure arrivano a Cinisi per capire se la storia di Peppino è vera. Se è possibile venire uccisi prima, trucidati poi, infamati successivamente, solo per aver lottato in nome della legalità. Esprimono la propria vicinanza. E noi, a 35 anni dal suo omicidio, abbiamo fatto quei “cento passi”. Partenza da casa Impastato. “Vede questa porta? – racconta Giovanni – Il giorno dopo l’assassinio mia madre ha deciso di spalancarla, di aprirla al mondo. Tutti dovevano conoscere la verità e lei ha avuto l’incredibile lucidità di fare un gesto del genere. Perché la mafia vive nel buio, si alimenta di omertà, di non detto. Di segni. Riti. E Peppino dava fastidio: lui accendeva la luce nella testa delle persone, gli raccontava le nefandezze della mafia, li ridicolizzava”.

Riavvolgiamo la pellicola. Primi anni Sessanta, Giuseppe ha da poco superato i dieci anni. Studia, una rarità. Va bene a scuola. Suo zio si chiama Cesare Manzella: non è solo il boss di un paesino di ottomila abitanti, è anche uno dei big dell’intera Sicilia, così importante da riuscire a far costruire l’aeroporto sul territorio da lui dominato, nonostante il report negativo degli studi effettuati. Troppo vento. Monti pericolosamente vicini. Terreno non favorevole. Non importa. Mettere il cappello su quelle due piste significava gestire il “portafogli” sul traffico di droga con gli Stati Uniti.

“Mio zio era anche nella commissione mafiosa insieme a gente come Luciano Liggio (corleonese, una delle figure storiche della mafia). Se conoscevo Liggio? Per noi era un parente, da latitante si nascondeva nella tenuta dei Manzella, spesso con Peppino lo trovavamo lì. Giocavamo con lui. Lo vivevamo come un uomo in fuga da gente cattiva, nient’altro. Per noi era una persona buona e giusta. Disponibile. Questi i nostri parametri di allora”. Poi la svolta “avvenuta con l’autobomba contro lo zio, la prima della storia, voluta dal clan La Barbera di Palermo. Da quel momento mio fratello si rende conto cos’è Cosa Nostra. Si informa. E tutto cambia”. Da quel giorno è un progressivo affrancarsi dai valori familiari: inizia a sussurrare le proprie opinioni. Ha appena quindici anni. Quindi passa a gridarle in strada, condividerle con chiunque; a fondare un giornale locale, L’idea, per pubblicare un titolo rivoluzionario, per allora: “La mafia è una montagna di merda”. E ancora a sfruttare le frequenze indipendenti di Radio Aut “dove ironizzava su Tano Badalamenti”. Don Tano. Faccia scura, lineamenti duri, muscoli forgiati tra campagna e collina. Professione vaccaro. È lui il nuovo capo dopo la morte dello zio Manzella. È lui il principale obiettivo della battaglia di Peppino. È lui il mandante del suo omicidio. “Se qualcuno ci ha mai sostenuto? Nessuno tra i parenti. Isolati. Hanno anche accusato mia madre di aver sbagliato a far studiare Peppino, ‘l’istruzione lo ha traviato’, dicevano. Ma anche fuori la famiglia, le riposte sono state poche, giusto alcuni amici. Anche ora, passati 35 anni, la situazione non è cambiata molto. Solo un anno fa hanno incendiato gran parte della pizzeria che gestiamo dagli anni Sessanta. Le nostre battaglie danno ancora fastidio”. Verifichiamo. Chiedere a Cinisi chi è Peppino Impastato è un’impresa ardua. Poche risposte, qualche sorriso imbarazzato. Frasi a singhiozzo. Improvvisa fretta tra le gambe.

“Quando entravamo in un locale pubblico, magari in un bar, c’era gente che se ne andava. Non solo. Ai funerali di Peppino non c’era quasi nessuno del paese, e a distanza di oltre vent’anni, è accaduto lo stesso con le esequie a mia madre. Alcune serrande dei negozi erano abbassate in segno di distanza da noi. Eppure non c’era stata alcuna indicazione da parte della mafia, mamma non era un pericolo, ma la gente ha reagito ugualmente così, questione di cultura indotta”. La stessa cultura che ha impregnato la vita di Giovanni Impastato: “Non ho mai avuto il coraggio, il carattere, la forza di mio fratello. Avevo anche cinque anni meno di lui. Ma ricordo ancora adesso le lacerazioni dentro casa tra Peppino e mio padre, le urla, le botte. A volte ho rimproverato mio fratello per le modalità della sua scelta. Avrei preferito minore clamore, maggiore mediazione. Invece no. Così quando è morto mio padre, anche lui legato alla mafia, lì per lì ho provato una sorta di liberazione: non c’era più nessuno a impormi certi valori. Ma dopo ho capito cosa significava quel funerale…”. Nel codice di Cosa Nostra nel caso di grave conflitto, sono i padri a dover uccidere i figli; i figli i padri; i fratelli tra loro. Tradotto: “Mio padre era consapevole dei pericoli su Peppino. Mesi prima era stata recapitata una lettera anonima (appena ritrovata durante la ristrutturazione di casa Impastato) nella quale si annunciava l’omicidio del figlio. Così fece un viaggio negli Stati Uniti per far visita a dei nostri parenti. Ultima chance per ottenere protezione. Tentativo vano. Al suo ritorno venne investito da un’auto”. Ufficialmente un incidente. “In realtà fatto fuori per poi arrivare a Peppino: mio fratello non poteva essere toccato finché lui era in vita”. Da quel momento è solo un countdown verso l’ineluttabile. “Ricordo una sera in particolare, quando dissi a Peppino di lasciar perdere. Lui mi rispose: ‘Non posso, altrimenti tutti diranno che mi comportavo così solo perché c’era nostro padre a proteggerci’. Poco dopo toccò a Giuseppe”. Notte tra l’8 e il 9 maggio 1978. Esce in macchina. In tre lo bloccano, li manda Tano Badalamenti. Lo rapiscono. Lo portano in un casolare (vedi foto) e lo massacrano di botte. Uno dei tre è di Cinisi. Quindi lo scaraventano sulla ferrovia Palermo-Trapani e lo imbottiscono di esplosivo. Vogliono farlo passare per un terrorista che salta in aria insieme al suo ordigno. Brandelli del suo corpo finiscono in un raggio di 300 metri. “La mattina arrivarono i Carabinieri a perquisire casa. Non sapevamo ancora niente. Abbiamo scoperto così la morte di Peppino. Era già partito il depistaggio” . Subito dopo viene ritrovata una lettera autografa nella quale il militante comunista sembra esprimere propositi suicidi a causa di una profonda sofferenza per il fallimento politico. L’Italia non si accorge di nulla. Quella stessa mattina dentro una Renault 4 rossa viene ritrovato il corpo crivellato di Aldo Moro. “Una storia andata avanti per anni, soprattutto ‘grazie’ all’intervento immediato delle autorità che hanno contribuito in maniera decisiva a indirizzare le indagini come meglio desideravano”. Chi è stato in particolare? “In primis l’allora maggiore Antonio Subranni, responsabile del Nucleo operativo dei carabinieri. Lui è il primo a giungere sul luogo del delitto. Poi i due giudici, Scozzari e Trizzino, e il procuratore capo Martorana. Per loro è atto terroristico. C’è voluta la tenacia di Rocco Chinnici prima, di Antonio Caponnetto poi, e la perseveranza di Costa e Falcone per ottenere la verità. Oltre al continuo lavoro di denuncia dell’associazione nata dopo la morte di mio fratello. Ma il punto è uno”. Quale? “I responsabili del depistaggio hanno fatto tutti una grande carriera: Subranni generale, i due giudici sono finiti in Cassazione. Mentre non hanno avuto la stessa sorte i veri servitori dello Stato”.

Toc toc. Bussano alla porta. È la preside di una scuola di Roma. Dietro di lei ci sono un centinaio di ragazzi delle medie. Vogliono visitare la casa di Tano Badalamenti, vedere il luogo spoglio dove per anni la mafia ha preso le sue più importanti decisioni. Compresa la condanna a morte di Peppino. Anche loro hanno camminato e contato. Anche loro hanno fatto “uno, due, tre, quattro, cinque, dieci. Cento passi”.

Twitter: @A_Ferrucci