“La situazione è esplosiva”. È questo il commento che arriva da quasi tutte le amministrazioni regionali. Perché l’emergenza della cassa integrazione in deroga taglia il Paese in maniera trasversale, senza praticamente eccezioni. I soldi per gli ammortizzatori sociali non ci sono più. Quanti ne servano per coprire il 2013 è difficile dirlo con precisione. Elsa Fornero, ministro del Welfare, ha stimato il fabbisogno in 2,3 miliardi di euro, rifacendosi ai dati del 2012. Una previsione forse ottimistica: “Le richieste sono in costante aumento, il budget necessario potrebbe anche essere superiore”, sottolinea la Cgil, per bocca di Claudio Treves, Responsabile del mercato del lavoro. E infatti secondo le Regioni ci vorranno 2 miliardi e 750 milioni. Senza considerare i 200 milioni di cui ancora c’è bisogno per chiudere il 2012. In ballo c’è il futuro di almeno 300mila cassintegrati in deroga (più i lavoratori in mobilità). Ma la quadra del cerchio è un miraggio: al momento le risorse stanziate dal ministero del Lavoro non arrivano neanche al miliardo (sono 990 milioni, per la precisione). Di fatto, manca all’appello una cifra che oscilla tra il miliardo e mezzo e i due miliardi di euro.

Colpa della crisi, certo. Ormai anche le imprese più strutturate si rivolgono alla cassa integrazione in deroga (originariamente pensata per le piccole imprese, o comunque per tutte le aziende non destinatarie della Cassa integrazione ordinaria), perché la loro dotazione di Cigo (fissata a un massimo di 52 settimane) non è più sufficiente. E così le richieste aumentano giorno dopo giorno, come dimostrano i dati dell’ultimo quinquennio: nel 2008 le ore autorizzate di cassa integrazione in deroga erano state appena 28 milioni; nel 2012 sono diventate addirittura 355 milioni. Stesso discorso per la spesa, che è più che triplicata: si è passati da 773 milioni spesi nel 2009, a circa 2,4 miliardi nel 2012 dopo gli 1,5 miliardi del 2010 e gli 1,6 miliardi del 2011 . “E per quest’anno nella più prudenziale delle ipotesi l’aumento non sarà inferiore al 25%”, aggiunge Gianfranco Simoncini, assessore al Lavoro della Toscana e coordinatore del Settore Lavoro della Conferenza delle Regioni.

L’ABBAGLIO DEI TECNICI. Ma alla base dell’emergenza, secondo la Cgil, ci sarebbe anche un colossale abbaglio preso dal governo: dal primo gennaio 2013 la copertura degli ammortizzatori in deroga è interamente a carico dello Stato centrale. Nell’ultimo quadriennio le Regioni avevano cofinanziato (prima al 30%, poi addirittura al 40%) gli ammortizzatori in deroga, usufruendo di alcuni fondi comunitari riprogrammati per far fronte alla necessità. Ma si trattava di uno strappo alla regola: “Un’eccezione che non poteva protrarsi in eterno e diventare una misura strutturale, il governo avrebbe dovuto prevederlo”. Ancor più severo il giudizio di Giovanni Enrico Vesco, Assessore al Lavoro della Regione Liguria: “La situazione è stata gestita da cani. Hanno stanziato meno soldi del 2012 quando sapevano benissimo che non sarebbero mai bastati con la crisi che c’è”. La denuncia di Vesco è pesante: “La verità è che questo governo non lo dice, ma intende fare spending review anche sugli ammortizzatori sociali”.

REGIONI AL LIMITE. Così si è aperta la voragine. E in alcune Regioni la situazione è già arrivata al limite. Anzi, oltre. In Toscana, ad esempio, dove l’Amministrazione si è vista costretta a bloccare le autorizzazioni al 30 gennaio per la cassa integrazione e al 28 febbraio per la mobilità: il pagamento da parte dell’Inps è stato autorizzato solo per 12mila lavoratori su 24mila. Per esaudire tutte le richieste (senza considerare la mobilità) ci vorrebbero più di 80 milioni. In Veneto la richiesta totale per la Cig in deroga ammonta addirittura a 380 milioni di euro. “Certo – sottolinea Pierangelo Turri, responsabile della Direzione Lavoro – la richiesta di solito è molto superiore all’utilizzazione effettiva (il cosiddetto tiraggio), che nel 2012 si è fermata al 25%”.

Ma anche prendendo per buono questo parametro, il fabbisogno complessivo è di circa 200 milioni, mentre la dotazione di appena 60. Ci sono 8400 domande dal mondo delle imprese, 43mila lavoratori in cassa integrazione in deroga e 3500 in mobilità. “Dovremo fare delle scelte dolorose, perché in tempi di crisi il legame con l’azienda è troppo importante e va tutelato”, spiega Turri. “Ma anche privilegiando la cassa integrazione rispetto alla mobilità, con queste risorse possiamo pagare solo i primi tre mesi del 2013. Non sappiamo quando di preciso, ma presto non avremo più un euro per sussidiare i lavoratori”. E a quel punto le aziende potrebbero cominciare a licenziare. E la situazione precipitare in maniera definitiva. Perché “gli ammortizzatori sociali sono stati l’ultimo baluardo di fronte alla miseria”, spiega Lucia Valente, assessore al Lavoro della Regione Lazio. Che però intravede una svolta nell’immediato futuro: “I tempi purtroppo sono cambiati: immagino che con la crisi soprattutto gli ammortizzatori in deroga verranno concessi con maggiore parsimonia. Anche perché non hanno risolto l’emergenza lavoro. Di qui in avanti servirà pensare a delle politiche diverse”.

LA SVOLTA NECESSARIA. Anche di questo si dovrebbe parlare in un incontro decisivo tra parti sociali, Regioni e Governo. “Sarà il momento della verità: non avranno alibi e non potranno più giocare a scarica barile fra un ministero e l’altro. Dovranno darci una risposta”, affermava la Cigl, con un certo ottimismo. Ma quel vertice, preannunciato per fine aprile, non è stato ancora convocato, complice anche la fibrillazione politica degli ultimi giorni. “Ad oggi non ci sono novità. Se non che il tempo passa e le richieste continuano a moltiplicarsi”, spiega l’assessore Simoncini. A questo punto sarà il nuovo governo a doversi far carico del problema: il nodo resta dove reperire le risorse necessarie. Vendola aveva proposto di stornare 1-2 miliardi dai famosi 40 destinati alle imprese. Secondo Susanna Camusso si dovrebbero rinviare le spese militari e, eventualmente, istituire una piccola patrimoniale. Il governo, invece, punterebbe a risparmiare, ridistribuendo le risorse già destinate al mondo del lavoro. “Noi comunque siamo aperti ad ogni proposta – fa sapere la Cgil –, l’importante è trovare una soluzione”. Al più presto. “Altrimenti i cassintegrati diventeranno disoccupati. E il governo li avrà tutti sulla coscienza, dal primo all’ultimo”, conclude l’assessore ligure Vesco.