Dopo il maxi raduno naziskin del 20 aprile, che ha suscitato qualche timida reazione da parte della politica nazionale, sta salendo la tensione sul territorio. Sono state le forze di centrosinistra presenti nel consiglio comunale di Varese a chiedere una maggiore attenzione al fenomeno skinhead, attraverso una proposta di delibera che impegna il comune a introdurre accorgimenti per evitare che in futuro si possano ripetere “manifestazioni di apologia del passato regime di stampo anche razzista”. Una proposta che è stata accolta con una provocazione da parte di qualche attivista neonazi che, non a caso, nella notte del 25 aprile, ha tracciato alcune scritte sui muri della sede locale del Partito democratico: “Hanno disegnato una svastica di fianco all’ingresso e la scritta RSI sulla parete laterale – ha spiegato l’onorevole Daniele Marantelli – Le ho trovate questa mattina mentre andavo in ufficio, credo che le abbiano fatte nella notte. Questa è solo l’ultima di una serie di provocazioni inquietanti che tuttavia non ci intimidisce anche se ci preoccupa il clima generale che si respira in questo Paese”. Il fatto è stato denunciato alle forze dell’ordine e le scritte sono state immediatamente coperte.

La questione, come molti altri episodi analoghi, rischia di passare sotto silenzio o di venire archiviata come un fatto minore perché il territorio varesino sembra non avere gli anticorpi necessari per rigettare ideologie o sottoculture che fanno del negazionismo una bandiera. Un territorio in cui, anzi, la politica spesso sembra offrire il fianco al complesso di pensieri che popolano l’universo dell’ultradestra.

Gennaro Gatto, dell’Osservatorio democratico sulle nuove destre, spiega che “Varese è una provincia nata con il ventennio e basa su questo fatto la sua identità. Fin dal suo passato è protagonista di episodi legati alla destra storica, dal covo di Casciago alla bomba di piazzale Maspero (dove il fiorista ucciso non viene ricordato nemmeno con una targa)”. Insomma, secondo Gatto un’identità di destra radicata nella storia, che ha creato basi solide in una collettività oggi abbastanza indifferente agli estremismi, che così possono avere una propagazione diffusa: “Un esempio lampante – spiega – è la tifoseria del calcio, radicalmente schierata a destra, a cui mai nessuno si è sognato di remare contro. In questo momento Varese, con la Comunità militante dei Dodici Raggi, è il laboratorio politico dell’estrema destra più interessante di tutto il palcoscenico nazionale. Abbiamo da un lato l’assessore che fa il giardino di Gentile e dall’altro c’è chi si definisce orgogliosamente nazionalsocialista; non sono ovviamente sullo stesso piano, ma sono due volti della stessa realtà. In mezzo ci sono i Nello Riga (La Destra, ndr) che organizzano cene in memoria della marcia su Roma, i consiglieri comunali alla Giuseppe Cannarozzi (movimento Patria nostra) che postano foto nostalgiche, c’è Forza Nuova, c’è Casapound, c’è tutto e a differenza di altre realtà qui riescono a dialogare”.

Agli episodi citati da Gatto se ne possono aggiungere altri e altri ancora. Nel 2006 nel piccolo paese di Duno, alle elezioni amministrative si presentò la lista del Movimento nazionalsocialista dei lavoratori. Il 20 aprile dell’anno successivo, a Buguggiate, una ventina di persone si trovarono per festeggiare il compleanno di Hitler, tra questi anche Francesco Lattuada, consigliere comunale Pdl a Busto Arsizio e Rainaldo Graziani, figlio di Clemente, il fondatore di Ordine Nuovo. Da qualche anno, ogni 29 luglio, sui muri di alcuni comuni della provincia compaiono manifesti di auguri al Duce firmati dal gruppo Varese Ardita.

Anche il vicepresidente di Anpi Varese, Angelo Zappoli, ha dato una sua lettura al particolare radicamento della sottocultura neofascista in provincia: “C’è una presenza che risale a tempi lontani e che in una certa misura si avvale ancora oggi di una condizione sociale piccolo borghese frustrata. Il movimento skinhead a Varese ha preso l’evidenza che ha preso, come in altre parti d’Italia (vedi il Veneto), perché la spinta ad occupare spazi all’interno dello stesso universo culturale ha portato ad una grande frammentazione di sigle e gruppi legati all’estrema destra, che hanno offerto un terreno fertilissimo ad un gruppo che si propone con una certa comunanza di idee, conquistando così un’egemonia impossibile in piazze più grandi”. Detto questo, secondo Zappoli, la colpa del raduno di 500 persone non può essere addossata esclusivamente al territorio e alla provincia: “Nelle nostre radici c’è l’antifascismo, qui la resistenza ha avuto un ruolo fondamentale”; eppure resta il fatto che in altre parti d’Italia difficilmente un evento del genere avrebbe trovato le porte spalancate: “Il problema – conclude – è che si muovono in un contesto refrattario ad una presa di coscienza e a volte completamente afascista, la loro forza non è intrinseca ma sta nella debolezza del contesto”. Che la provincia di Varese sia un contesto debole nei confronti dei nuovi fascismi trova conferma anche nel fatto che oltre a Marantelli l’unica presa di posizione su quanto accaduto sia stata quella dell’onorevole Maria Chiara Gadda, anche lei del Pd.