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Robert Capa Gold Metal - Aleppo, dopo il bombardamento, di Fabio Bucciarelli
Ciao Fabio, dove sei?” “Ad Aleppo. È peggio della Libia. Mai stato in un posto del genere”. La mail è fredda, ma le immagini che poi arrivarono in redazione erano calde. E belle. Molto belleBattle to death è il nome del fotoreportage con il quale Fabio Bucciarelli ha appena vinto il Robert Capa gold medal, il maggiore riconoscimento per un fotoreporter e che porta il nome del mitico fotografo di guerra (assegnato solo un’altra volta a un italiano, Paolo Pellegrin). Fabio all’inizio dell’anno ha vinto il secondo premio del World press photo, sempre con un reportage su Aleppo.

“Adesso mi sono preso uno smoking”, mi ha detto l’altro ieri alla vigilia della cerimonia, e ho immaginato il suo sorriso scanzonato nel dirmelo, lo stesso che avevo scoperto nel febbraio 2011, quando partimmo per la Libia. Era il primo servizio di guerra per Fabio, e Il Fatto ci aveva mandato insieme, cosa piuttosto rara per i giornali italiani. Ci siamo conosciuti durante il viaggio e ora provo affetto, invidia professionale, simpatia e ammirazione per lui, per il fotografo più premiato di quest’anno che ci tiene a ricordare: “È iniziato tutto con voi, con il nostro viaggio a Bengasi”.

Esserci. Ed essere bravi a vedere. E a far vedere. Lo sguardo rapace e preciso. La fantasia e l’esattezza (da ingegnere elettronico, laurea a Torino). L’entusiasmo e l’incoscienza, ma anche la coscienza di un lavoro socialmente utile, e illuminante della vita degli altri, quelli che si raccontano quasi sempre per numeri e non per nome. “Beh, che dire, è una grande gioia, un grande riconoscimento. Sono contento che dopo mesi di silenzio da parte dei media internazionali, la Siria grazie a questo e ad altri premi è tornata sotto i riflettori. Questa è la cosa più importante . Ora, il mondo, i diversi paesi e i loro leader non potranno più dire ‘Non sappiamo cosa sta succedendo in Siria’ e se vogliono rimanere spettatori a questo massacro, devono prendersi le loro responsabilità”.

“Questo premio è per la gente siriana, per tutti coloro che combattono per ottenere la libertà. A volte sembra essere il fotografo o il giornalista premiato la news, ma non è così, noi siamo solo ambasciatori di una informazione necessaria, l’importante è quello che questi giornalisti documentano, le storie delle persone e dei popoli oppressi. Questo è ciò che conta”, mi ha detto Fabio da New York, tutto d’un fiato, con l’entusiasmo del suo lavoro.

La regola dei giornalisti sul fronte è: “Se vuoi vedere al meglio, segui i fotografi, loro sono costretti ad andare esattamente dove le cose accadono”. Il vantaggio, dopo il rischio, è che il loro è un linguaggio universale.

La Libia, la Siria, in gergo i “buchi del culo” del mondo di cui tutti sentono parlare ma nessuno sa come siano e che la comunità giovane, tumultuosa e visionaria dei fotografi, composta da individualisti con slancio umanitario, sospesi tra la gloria e l’impegno portano alla ribalta dell’informazione. Perché le immagini parlano meglio delle parole.

Il Fatto Quotidiano, 26 Aprile 2012

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World Press Photo - 2° premio I ribelli di Aleppo, di Fabio Bucciarelli
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Tripoli 2011 - Caccia al fantasma di Gheddafi di Fabio Bucciarelli