Perché Berlusconi è ancora lì nonostante quello che i giornali hanno scritto su di lui. Questa cosa, vista dall’estero, è incomprensibile. Per un giornalista inglese, “quando una bugia, un comportamento moralmente inaccettabile o un crimine vengono raccontati su un giornale, queste rivelazioni devono avere delle conseguenze”. Perché questo non succede in Italia? L’anomalia italiana è analizzata e vivisezionata da due giornalisti del Financial Times, autori di Eserciti di carta. Come si fa informazione in Italia appena uscito per Feltrinelli (pagg. 283, euro 18). Ferdinando Giugliano (tipico cervello in fuga, 27 anni, dottorato in Economia a Oxford, scrive gli editoriali non firmati per il Ft) e John Lloyd (collaboratore di Repubblica, tra i fondatori e direttore del Reuters Institute for Study of Journalism all’Università di Oxford) scrivono un intero volume per raccontare come si costruiscono le notizie in Italia, eppure alla fine ci si rende conto che hanno prodotto un libro su Berlusconi e sulla domanda iniziale: come è possibile che sia ancora lì?

Nessun politico del mondo democratico civile (non parliamo di dittatori o di paesi totalitari) avrebbe resistito un giorno al potere se i giornali del suo paese avessero pubblicato anche solo un decimo di quanto è uscito in Italia su B. L’anomalia italiana si chiama conflitto d’interessi, ma non solo. Nell’analisi, Giugliano e Lloyd dicono che il giornalismo è stato plasmato e intrappolato nella radicalizzazione berlusconiana “con me o contro di me”, la dicotomia che ha caratterizzato l’ultimo ventennio di vita politica. E quindi di conseguenza la società e l’informazione. Venti anni di giornali (e soprattutto televisione) ai tempi di B. hanno profondamente cambiato il volto di un giornalismo che comunque aveva i suoi bei vizi e le sue magagne anche prima. Colpisce la rivendicazione dei giornalisti italiani che essere di parte sia una cosa buona. In fondo, è il ragionamento, perché essere ipocriti? Nessun giornalista è libero e quindi più ci si schiera più si è onesti con i lettori, che almeno sanno da che parte stai. Il cinismo di questa tesi è perfettamente sintetizzato dal campione dei cinici e dei trasformisti italici, Giuliano Ferrara, il quale intervistato nel libro dichiara: “Non sono un commentatore indipendente, sono un essere umano, sono un cittadino, una persona. Il giornalismo, per me non è una professione, è un aspetto della vita politica… Non credo nel giornalismo professionale”.

Dichiarazioni di questo genere non sono concepibili da uno che guarda dalle sponde del Tamigi. Scrivono Giugliano e Lloyd: “Vista dall’estero , l’informazione italiana sembra fondata sul presupposto che l’obiettività e l’equidistanza non siano possibili, che la neutralità rispetto a interessi e fazioni politiche sia irraggiungibile e che i giornalisti non possano evitare di assumere posizioni di parte”.

Non che i giornali inglesi possano permettersi di fare lezioni di morale, visto quello che è successo negli ultimi anni. Non si capisce dove nasca l’idea molto diffusa in Italia che la stampa britannica sia un modello da seguire. Nel gruppo Murdoch è successo di tutto e di più, si sono dimessi direttori, è stato chiuso un giornale storico, grappoli di giornalisti sono finiti in carcere perché intercettavano illegalmente i telefoni dei vip. Alla faccia dell’equidistanza e dell’imparzialità, uno di questi campioni di giornalismo indipendente anglosassone, Andy Coulson, è stato addirittura assunto da David Cameron come portavoce, per poi dimettersi nell’ignominia quando il bubbone è scoppiato. Quindi, non è necessario farsi fare la lezione. Ma Eserciti di carta è utile perché ha uno sguardo distaccato e spiega che alla fine il cinismo italico enunciato da Ferrara – non si può non essere di parte – si ritorce contro i giornalisti stessi che lo professano e lo praticano. A cosa serve tendere all’imparzialità? “Chi fa informazione deve riuscire a raccontare quanto accaduto in modo da convincere il lettore o il telespettatore, indipendente da quale sia la sua fede politica, a fidarsi della sua tesi e delle sue conclusioni” scrivono i due del Ft. Ma c’è di più: anche il pubblico deve fare la sua parte e credere nella funzione civile del giornalismo. Se il giornalista da cane da guardia diventa cane da compagnia, il gioco non funziona più. Ecco come si è rotto in Italia il rapporto di fiducia tra stampa e società civile.

Nel libro si passano in rassegna il caso Noemi e le dimissioni di Boffo, le 10 domande di Repubblica a Berlusconi e la casa di Fini a Montecarlo, il Tg1 di Minzolini e il caso Ruby. Tutte le notizie e gli scandali sono stati masticati, deglutiti e diluiti negli infiniti botta e riposta dell’informazione “bipolare” creata dal berlusconismo.

Le conclusioni di Lloyd e Giugliano sono sconfortanti: “Nel mondo dell’informazione bipolare qualsiasi fatto diviene opinabile. In questo clima di relatività assoluta è difficile che un’inchiesta giornalistica possa portare a delle conseguenze, perché il politico colto sul fatto avrà gioco facile ad appellarsi alla parzialità, vera o presunta, dei giornalisti che lo accusano”. Il giornalista in un paese normale dovrebbe essere un arbitro. “In Italia ci sono sempre due arbitri, ciascuno portato da una delle due squadre. Chi andrebbe mai a vedere un match del genere?”.

Il libro Eserciti di carta verrà presentato al Festival internazionale di Perugia sabato alle 18.30 al Centro servizi G. Alessi 

Twitter: @caterinasoffici

Il Fatto Quotidiano, 26 aprile 2013