C’è la scritta all’entrata. Letta, recitata, temuta, recentemente violata. Ma subito restituita al suo spazio: “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi, dà il benvenuto ad Auschwitz. Subito dopo brecciolino, polvere, qualche incerto e sparuto accenno di erba. La primavera è in arrivo. Dentro si è avvolti dai “blocchi”, le camerate dove venivano stipati, o meglio, ammassati ebrei e non. Oltre un milione e centomila morti in cinque anni. Quel criminale del dottor Mengele era tra loro. Bene ricordarlo. Lui, la sua adorata follia, i suoi esperimenti, in particolare sui gemelli, hanno creato il terrore nel terrore all’interno del filo spinato. Ogni anno, varcano la soglia circa un milione e trecentomila visitatori; arrivano per ricordare, capire, calarsi, per quanto possibile in un realtà estranea a ogni contesto. Gli italiani sono al terzo posto, dietro a polacchi e inglesi, davanti a tedeschi e israeliani.

È un pellegrinaggio silenzioso: oltre la “scritta”, automaticamente, tutti smettono di vociare, di scherzare, di distrarsi. Si intraprende un percorso in un “non luogo” diventato luogo. “Avviene ogni volta, ‘rapiti’ da quello che vedono e che intuiscono”, racconta il professor Marcello Pezzetti. Qui, da decenni, le autorità polacche hanno deciso di far diventare Auschwitz la meta della memoria, dove ogni Stato può raccontare il suo coinvolgimento nella tragedia, fare i conti con i propri errori. Denunciarli. Non nascondersi. Francia, Ungheria, Austria, Olanda, la stessa Polonia e ad altri Paesi sono stati assegnati padiglioni permanenti, tra i blocchi, dove storici ed esperti hanno potuto offrire il proprio contributo visivo, audio, scritto. Alcuni sono bellissimi. Crudi, nella loro essenza. Gli eredi di De Gaulle si auto-schiaffeggiano ripetutamente, tra un’immagine e un documento inedito, alzano le mani e gridano “sì, anche noi abbiamo contribuito all’eccidio nazista. Sì, anche noi abbiamo collaborato”. I magiari stupiscono, anche loro.

Poi arriva l’Italia. Ed è imbarazzo. Il nostro è talmente vecchio, illegibile, fuori contesto che gli stessi responsabili museali sono stati costretti a chiuderlo “dopo ripetuti avvertimenti – continua Pezzetti – e lo ammetto: sono d’accordo con loro”. Non solo. L’Italia rischia di venir buttata fuori da Auschwitz: gli spazi espositivi dentro al campo di prigionia sono pochi, inversamente proporzionati ai Paesi desiderosi di entrare. Così la Slovenia, la Croazia o magari la Germania. Bussano, ancora nessuno risponde. Magari ancora per poco. Per capire cosa è accaduto, è necessaria un po’ di storia, inquadrare l’installazione attuale in un periodo politico ben delineato. Per allestire il padiglione italiano venne incaricata l’Aned, associazione dei deportati, che a sua volta coinvolse Primo Levi per i testi, Luigi Nono per la colonna sonora, Ludovico di Belgiojoso per l’architettura e Mario Samonà per l’opera che percorre tutte le pareti: una lunga spirale che si snoda per cinquecento metri quadrati.

Lo spazio venne inaugurato il 13 aprile 1980, ma per realizzarlo furono necessari tutti gli anni Settanta, tra discussioni, delibere, mediazioni culturali interne ed esterne: l’input dell’Unione Sovietica era quello di parlare di resistenza, orgoglio. Di concentrarsi sugli aspetti politici. Di lotta al fascismo. Le sofferenze ebraiche, neanche sfiorate. L’Aned fu ottimo mediatore. Ludovico di Belgiojoso confessò l’esigenza “di dover spersonalizzare certi aspetti individuali del cumulo dei ricordi”, il suo timore di usare un linguaggio retorico, “cadendo nell’episodico o nel patetico”. Quindi la spiegazione di Samonà: “Figure appena abbozzate emergono dai colori che dominarono le singole epoche. Si inizia col nero del fascismo e dell’oscuro periodo della violenza più spietata e su questo colore si innestano via via il rosso del socialismo, il bianco del movimento cattolico, e il giallo col quale si tentò di disprezzare gli ebrei, mentre alla fine questi tre colori, il rosso, il bianco e il giallo trionfano”.

E ancora Primo Levi che a Gianfranco Maris disse: “Deve essere un luogo dove la fantasia ed i sentimenti di ognuno, più delle immagini e dei testi, rendano l’atmosfera di una grande e indimenticabile tragedia”. Tutto ciò crolla insieme al muro. Nei primi anni Novanta la nuova direzione di Auschwitz pone delle condizioni: basta opere d’arte o installazioni, chi espone deve offrire la sintesi di un percorso, deve raccontare il viaggio dei “suoi” verso il campo di sterminio. La Francia, appunto, è tra le prime nazioni ad accettare e capire il nuovo corso e assegna cinquecentomila euro per il blocco. Sia ben chiaro: gli studiosi di origine ebraica impegnati decisero di non ricevere alcun compenso per il loro contributo. Così altre nazioni. L’Italia no. Bloccata. Immobile. Inizialmente per mancanza di fondi, poi per contrasti tra Aned, Stato a burocrazia. La questione è una: associazione dei deportati per anni ha difeso il memoriale, sostenendo che un’opera d’arte parla un linguaggio universale e sempre comprensibile, come era nell’intento di chi progettò l’installazione del Blocco 21. Un muro nel dialogo.

Ora, da poco, grazie a lunghe ed estenuanti pressioni ha cambiato lievemente posizione: “Noi siamo disposti a spostare l’opera – spiega il presidente, l’avvocato Gianfranco Maris, ex deportato a Mauthausen e Gusen – ma lo Stato ci deve finanziare”. E quanto ci vuole? “Circa tre milioni di euro”. Addirittura! “Sì: 60 mila per il trasporto, 30 per il restauro, tutti gli altri per realizzare lo spazio adeguato alla sua ricollocazione. Pensiamo al comune di Milano”. Brividi lungo la colonna del Governo italiano. “Ci sembra una cifra totalmente fuori mercato. Vogliamo vedere le specifiche – spiegano dal ministero di Riccardi – Detto questo siamo pronti a risolvere il problema, c’è già una somma stanziata”. Vero. È uno degli ultimi atti del secondo governo Prodi, all’interno del milleproroghe: 750mila euro accantonati e bloccati da un successivo ricorso al Tar dell’Aned, sempre preoccupato del suo memoriale. Adesso, però, è giunto il momento di non fare i conti solo con il passato remoto, ma anche con quello prossimo.

Twitter: @A_Ferrucci

da Il Fatto Quotidiano del 22 aprile 2013